La storia dei miei momenti difficili

Cari amici,
ritorno a scrivere su queste pagine principalmente per nostalgia, un po’ per far finta che siamo ancora nel 2012, un po’ per documentare tutto quello che mi è successo in questi anni.
La principale novità, per quanto spaventosa possa essere, è che ho avuto dei problemi di salute mentale. Questo ha sconvolto la mia vita e, anche se ne porto ancora addosso i segni, sono fortunatamente riuscito a superare i tempi difficili.
Il cervello è un organo curioso: è possibile che all’improvviso smetta di funzionare come dovrebbe, e allora diventa un problema. Nel mio caso, stavo vivendo un periodo abbastanza fruttuoso e positivo nella mia vita, quando ho iniziato a credere che diverse persone mi stessero perseguitando. In realtà non stava accadendo nulla di tutto questo, ma il mio cervello interpretava le cose diversamente.
Uno psichiatra, Shitij Kapur, ha descritto questo fenomeno, parlando di “salienza aberrante“. In poche parole, “la disregolazione della dopamina nel sistema mesolimbico genererebbe un aumento di “salienza” ovvero un eccesso di attribuzione di significato a stimoli altrimenti ritenuti neutri che si trasformerebbero in entità avverse, pericolose o misteriose che portano il paziente ad attuare sforzi interpretativi “aberranti” e, di conseguenza, scorretti sul piano della normale percezione della realtà e del suo rapporto con le nostre capacità di analisi”.
È ciò che si chiama “episodio psicotico“, e popolarmente si dice “impazzire“: è quello che mi è successo.
Convinto di essere perseguitato, come dicevo, mi sono chiuso in casa, e ho iniziato a sragionare. Questa perdita di contatto con la realtà è durata a lungo, dal mese di novembre 2012 al mese di settembre 2013, ma il picco si è raggiunto nel mese di maggio, quando, esasperatissimo, ho fatto alcune telefonate frenetiche, dicendo di volermi suicidare.
Non volevo davvero farla finita, ma ero al colmo della disperazione, e chiedevo aiuto nell’unico modo che riuscissi a concepire.
Così sono stato portato dalla polizia in un ospedale psichiatrico per 21 giorni, ed ho iniziato un cocktail micidiale di farmaci. Ora, se vogliamo consolarci, potremmo dire che sono tanti gli intellettuali, come ad esempio Alda Merini, che hanno vissuto esperienze del genere.
Io però ricordo poco di quella esperienza perché i medicinali erano così forti che il cervello aveva difficoltà a formare nuove memorie.
Vi posso dire, tanto per sdrammatizzare, che diverse ragazze ci hanno provato con me, ed io ero addirittura compiacente nei loro confronti :D
Però facevo il filo a un ventunenne barbuto che parlava in modo a volte sconnesso e che mi ero illuso potesse essere gay. Lui da parte sua ha chiarito che non lo era, ma non si è dimostrato omofobo, quindi buon pro gli faccia.
La realtà, comunque, era tragica, perché ero in preda ai miei deliri, ossia convinzioni errate che sembrano irremovibili. Mi sovviene che tanti ricordi mi affollavano la mente, e nessuno di questi era veritiero. Io onestamente non immaginavo minimamente che potessi sbagliarmi, e quindi mi trovavo a fare i conti con una realtà molto confusa.
Ho sperimentato sulla mia pelle i cosiddetti deliri di grandezza, ossia credere di avere ad esempio una missione importante, i deliri di persecuzione, ossia credere vi sia un complotto a proprie spese, e i deliri di riferimento, ossia pensare che le cose più assurde si riferiscano a noi in prima persona. Non ho avuto invece nessuna allucinazione, per fortuna.
Non sono stato trattato male, devo dire, tranne per due episodi: il primo, quando mi sentivo molto agitato, ma non facevo nulla di male, fuorché straparlare, e l’agitazione era farmacologicamente indotta; in quel caso sono stato legato al letto; il secondo quando sono stato costretto a ingurgitare delle pillole che erano finite per terra.
Quei ventuno giorni mi sono sembrati infiniti, ma sono passati. Ricordo pure che non potevo fare nulla, se non aspettare, ed era un tormento: volevo leggere, ma non ci vedevo da vicino (i farmaci, ovviamente!).
Tornato a casa, ho continuato a curarmi. Ho avuto la fortuna, si fa per dire, di sperimentare l’acatisia, tra gli effetti collaterali, una agitazione fortissima che si placa solo camminando o muovendosi. Immaginate essere costretti a non fermarsi mai, sennò si sta male.
E poi, qualche mese dopo, ho avuto quasi d’improvviso una illuminazione: tutte le mie convinzioni mi sono apparse errate, e, da quel momento in poi, non ho più sperimentato un singolo pensiero fuori posto. Tutto scomparso repentinamente, così com’era venuto dal nulla.
Ho dovuto però sottopormi ad una cura farmacologica che è durata due anni, anche in assenza di ulteriori sintomi. E sono stati due anni di merda, scusate il francesismo.
Ho sofferto particolarmente diversi effetti collaterali: un’ansia incredibile, un ottundimento intellettivo, una disfunzione sessuale, un diverso modo ed orario per dormire (nei primi tempi mi addormentavo alle 18.30 ogni sera), una forte mancanza di motivazione di fare qualunque cosa.
Queste medicine tra l’altro si legano ai recettori della dopamina, quindi diminuiscono la capacità di provare piacere: ricordo di avere sperimentato un’assenza totale di piacere durante la masturbazione e durante un pompino, per non parlare dell’anorgasmia.

Ora, comunque, il tempo della cura è passato, la maggior parte delle cose è tornata alla normalità, ma non tutte, ci sto ancora lavorando sopra.
Cosa mi è rimasto di questa esperienza orrenda? Vediamo:

– una disistima nei confronti di me stesso, che prima non avevo.
– i chili di troppo, che i farmaci e la vita sedentaria mi hanno fatto accumulare, che contrastano molto con l’immagine di me stesso come bodybuilder che mi stavo costruendo qualche anno fa
– un’ansia di guidare, che prima non avevo, e che limita molto la mia vita perché, volendo rinunciare all’auto, tendo a muovermi poco. Considerando che guidare era uno dei pochi piaceri della mia vita e che ho anche fatto un’esperienza in pista, direi che è grave, ma non so come superarla.
– una voglia di restare protetto in casa mia, e muovermi solo per necessità o, comunque, con molto più sforzo di prima
– una paura di essere diventato meno intelligente e di non potermi più concentrare intellettivamente come una volta, dovuta a questi anni in cui i farmaci mi rendavano difficile perfino leggere o ascoltare una conferenza
– qualche insicurezza sessuale, dovuto al fatto che ancora non sono ritornato quello di un tempo. Mi è capitato qualche incontro (due, a dire il vero) ed i miei partner non si sono accorti di nulla, ma io sì, visto che mi aspetto tanto da me stesso
– una paura enorme di ricadere, visto che quello che ho avuto, nel caso più grave potrebbe essere schizofrenia che è una patologia spesso (ma non sempre) recidivante.

Ad ogni modo, voglio essere ottimista: il peggio è passato, le medicine mi sono state tolte, e pian piano cerco di riconquistare la vita che avevo prima, anche se con qualche significativa differenza.
Inoltre, ho approfittato di quest’ultimo anno per dedicarmi alla lingua inglese, una delle mie passioni da sempre, e ho conseguito con un buon voto il Certificate of Advanced English della Cambridge University. Adesso mi mancherebbe sconfiggere le mie paure e magari fare qualche nuova conoscenza interessante.
Come si dice:  non conta il non cadere mai, quanto la capacità di rialzarsi. Più facile a dirsi, ovviamente.

PS: Non so se riprenderò a scrivere questo blog, ma – se avrò nuove cose da raccontare – magari lo farò. Nel frattempo, potete seguirmi su Twitter.

Una canzone notturna

Una canzone notturna e colma di poesia. Voglio sia presente tra queste pagine.
Me l’ha suggerita Youtube, che ha dedotto mi piaceva ascoltare la voce di Josh Groban.

Scorrendo il testo, particolarmente adoro l’immagine dell’uomo perso nel buio mentre fluttua nelle eppur luminose stelle, e – in ugual misura –  l’accostamento tra conchiglie e volti del nostro passato.

Come in altre circostanze, accludo un breve clip in cui canticchio anch’io. Non vuol dire che m’attribuisco qualche merito, solo che lo faccio di buon grado.

 

Un pensiero

In questi mesi qualche volta ho pensato: «sono stato ingannato».

In effetti, anche se generalmente mi sento abbastanza sereno, talvolta mi càpitano dei momenti di tristezza o scoramento.
In uno di questi riflettevo su come, quando ho iniziato ad accettare la mia omosessualità, avevo un’idea molto diversa di ciò che la vita m’avrebbe riservato. Certo, è vero: sono appena alla soglia dei trent’anni, quindi in teoria dovrei avere ancora molte occasioni per scrivere le pagine del destino.
Però, nello stesso modo, non mi aspettavo che gli ultimi tempi trascorressero così.

Vedete, quando avevo vent’anni ed entravo in chat gaia, osservavo i trentenni interagire tra loro e mi sembravano in massima parte vuoti, superficiali e tristi.
Be’, no: oggi non penso di essere diventato proprio così. Però anche è vero che un po’ mi sono avvicinato a questo modo d’essere: ho imparato a vivere molte vicende con estrema leggerezza, ad evitare di proiettarmi nel futuro, a ridurre insomma a pressoché zero le mie aspettative.

Talvolta un pochino fa male. Ma passa presto, alla fine: in questo momento, ad esempio, mi è sufficiente pensare a tre cose per sentirmi meglio.

La prima riguarda un vecchio amico di chat che poco tempo fa ha perso la madre ed ora anche il padre. Dunque gioisco di non essere per il momento totalmente solo.

La seconda è la gratitudine per ciò che di bello ho vissuto fin ora. Anche se il futuro sarà lugubre (ma penso e spero di sbagliare almeno un po’) sono contento di tante cose che il passato mi ha riservato. Ho avuto un ragazzo tutto per me, ad esempio: pur se ora sono solo, non me la sento per niente di sminuire la bellezza di ciò ch’è accaduto.
Mai potrò dire di essere stato totalmente sfortunato in amore, e non sembra faccenda di poco momento; ne ho conosciute di persone a cui questo lusso non è realmente appartenuto.

La terza è il pensare che, dopotutto, sono poche le cose che ora possono davvero nuocermi, visto che ho imparato a bastarmi. E vi sono riuscito molto meglio di tanti altri: forse ho una certa vocazione per l’eremitaggio, ma, alla fin fine, sembra quasi un colpo di fortuna.

Un po’ di karaoke

Quale modo migliore di provare la nuova webcam con microfono incorporato, se non canticchiando un po’ qualcosa?

Eccone i frutti.

PS: Mi sono capitate queste canzoni a portata di mano nella mia playlist, ma non voglio uccidermi. Sono al contrario molto tranquillo e di buon umore.

 

Autoscatto con braccio

Je t’écris

Continuo, ogni tanto, a riversare pensieri su questo blog. Oggi voglio scrivere qualcosa per me stesso, quindi non mi interesserà il fatto che vi sto annoiando a morte, parlandovi sempre di Grégory.

Je t’écris è stata la canzone che me ne ha fatto infatuare: infatti, quando la sentii per la prima volta, non ne afferrai con precisione ogni parola, però iniziai a sentirmi molto triste, sul punto di piangere.

Ne cercai allora il testo: inizialmente ne fui deluso.
Sembrava una mera elencazione, sia pure provvista di un buon lirismo, di luoghi, persone e stati d’animo: non comprendevo però quale filo logico li unisse.
Ma nondimeno seguitavo ad essere sballottato da emozioni sferzanti ed implacabili.

Poi, nella mente, si stagliò un’idea.
Ho capito. Almeno, ho creduto profondamente di aver capito, se non altro d’essermi imbattuto in un motivo personale per cui quelle parole mi colpivano.

Ma non mi sento pronto ad aggiungere altro.

Je ferai le tour du mond d’un jour très ordinaire.

 

Nuove perle della chat, con precisazione

Iniziamo con una precisazione:
Caro amico G., che hai commentato così sgarbatamente il mio ultimo videopost, non pubblicherò quello che dicevi.

Stavo semplicemente improvvisando una riflessione sulla difficoltà di innamorarsi nuovamente alle soglie dei trent’anni, ed avevo ottimi motivi personali per considerare tale eventualità.
Questo non mi rende per niente meno sereno, quindi rispàrmiati certi consigli.

Ed ora veniamo a noi.
In questo post smaltisco un po’ di “fondi di magazzino” con alcuni screenshot divertenti, tratti dalla chat e dai siti gay. Eccoli.

Coerenza

Tra cinque minuti non è sùbito…

Richieste di valutazione

Amore eterno

“Sono tamarro anche in chat”

Però bisogna friggermi con poco olio!

Cercasi master rispettoso della mia famiglia

In conclusione, vi lascio con la porno-pubblicità più trash e disgustosa che io conosca. Credo che, fossi etero, mi farebbe diventare gay.

Saluti.

“It’s easy to fall in love”

I saw a link in my Facebook timeline. It said that ‘it’s easy to fall in love, the special thing is to stay’.
Here’s my two cents on the topic.

Con te partirò

La bravura di un artista si inferisce anche dal modo in cui se la cava alle prese con brani di svariata fattura.
Ed ecco, dunque, il piccolo principe interpretare questo classico di Andrea Bocelli.

Più sotto, nel secondo clip, potrete ascoltarmi canticchiare assieme a lui.

La signorina Else

Conoscevo già Arthur Schnitzler: avevo particolarmente apprezzato Doppio sogno; così, quando Mister Dalloway mi ha consigliato di leggere La signorina Else, ho accettato con lena.
Non parlerò della trama di questo romanzo breve: in rete la si può trovare in più luoghi e, comunque, averne cognizione non vale quanto il diretto fruirne. Voglio invece esporre brevemente alcune impressioni personali che lo scritto ha in me stesso suscitato.

La prima, naturalmente, è un confronto con l’altra opera nominata: l’atmosfera onirica e rarefatta di quelle pagine è di fatto irripetibile, e qui nemmeno vi si accosta. Ciò nonostante, il flusso di coscienza (l’intero romanzo si snoda come tale) è perfettamente riuscito, e raggiunge sovente vette di profonda suggestione. Mirabile, ad esempio, il figurarsi del proprio funerale, incantevole la precisione psicologica con cui si ritraggono i traccheggiamenti e le dicotomie interiori della protagonista (e del resto lo stesso Freud era stupefatto da alcune intuizioni del Nostro).

Non è l’unica spigolatura degna di nota: per esempio, nel riferire i pensieri e di séguito le parole, non vi sono dubbi che Else tenacemente indossi una maschera, per costrizione impostale dalla temperie storico-sociale del periodo di riferimento. Il contrasto, insomma, tra le percezioni reali e quelle verbalmente professate è reso con magistrale destrezza, e sortisce in qualche punto effetti surreali.

E difatti, a mio avviso, è della tecnica del paradosso di cui Schnitzler si serve per denudare l’ipocrisia borghese, l’attenzione all’apparenza, il dissolversi di vincoli morali. L’esito è reiteratamente meraviglioso (Non mi venderò mai. Mi concedo gratis, piuttosto […] Voglio essere una sgualdrina, non una puttana; Com’è possibile guardare in questo modo una persona morta! Che mancanza di tatto; Oh, signor von Dorsday, sapesse che paura mi fa. Vuol essere tanto cortese da permettermi di portare un buon amico?).

Dopotutto, Else riporta al pensiero gli inetti di sveviana memoria; però, ripetutamente, ella tenterà di trovar la forza di rinnegare la sua famiglia, il modo d’agire richiestole, la stessa società che l’ha vista nascere e formarsi.
Si tratta d’uno sforzo titanico, che postula la completa frantumazione dell’Io, e pertanto destinato a fallire. Else morirà per avere, appena appena, immaginato di compirlo.

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