Francesco Gabbani – Per tornare liberi

Questa canzone mi fa pensare a tutto ciò che, in questo mondo, ci imprigiona l’essere.
Affronta tra l’altro il tema dei desideri minimi indispensabili talvolta non soddisfatti, e della resilienza dell’anima per chi la possiede, qui simboleggiata dal fenomeno della risacca.
Al centro di tutto si ritrova però l’affermazione ossimorica per cui «siamo tutti liberi di restare legati così, ai nostri limiti peggiori». Tuttavia ci si domanda quale sia il conto da pagare per una società che, sotto molti aspetti, attivamente agisce per deumanizzarci. Probabilmente, volendo azzardare un’ipotesi, si potrebbe finire, prima o poi, per correre incontro all’annichilimento.
Allora a gran voce si invoca — io credo con giusta ragione — una modifica dei comportamenti immorali, oppure in subordine che ciascuno salvi sé stesso come può, e se può. L’esortazione è però bonaria e scevra da condanne e giudizi perché, quelli no, non aiutano.

Cette chanson me fait penser à tout ce que, dans ce monde, nous emprisonne l’être.
On y parle, entre les autres choses, des désirs minimaux essentiels insatisfaits et de la résistance de l’âme pour ceux qui la possèdent, ici symbolisée par le phénomène de la ressac.
Au coeur de tout cela, on y trouve l’oxymore selon lequelle “nous sommes tous libres de rester liés à nos pires limites”. Cependant, on peut nous demander quel soit le prix à payer pour vivre dans une société qui agit activement, en plusiers regards, pour nous dépouiller de notre humanité. Probablement, si je devais m’avancer à deviner, je dirais qu’on coure le risque de nous anéantir.
Alors on doit réclamer à cor et à cri — ce serait très juste — d’abandonner l’immoralité de l’agir ou autrement de penser à nous-mêmes, en pouvant le faire. Et c’est une exhortation bienveillante, sans jugement, parce que la condamnation ne pourrait pas nous aider.

Gli attributi dell’umanità

Le parole hanno una funzione: propriamente quella di comunicare chi siamo e come ci sentiamo.
Quando questo potere incommensurabile si deteriora, l’umanità è perduta, poiché non più in grado di trasmettere messaggi significativi, ma solo di ricavarli servendosi dell’inferenza. Tuttavia, così facendo, le probabilità di incorrere in errori ermeneutici aumentano vertiginosamente, soprattutto se la peculiarità ci contraddistingue.
Questo perché il discorrere è un attributo irrinunciabile del nostro essere, come del resto ve ne sono tanti. Tra di essi precipuamente possiamo enumerare la fiducia, poiché senza di questa il vivere diviene fattualmente impossibile. Quindi misero è colui che ha buone ragioni per dubitare di nutrirne.
Anche l’omeostasi umorale, sebbene normalmente non menzionata nelle interviste, non può tralasciarsi: un individuo a cui venga infatti sottratta di sicuro non darebbe la migliore impressione di sé.
Ci sono poi molti altri modi attraverso i quali la nostra identità personale si sviluppa: ad esempio il ricevere sotto un profilo endogeno o esogeno segnali contraddittori, atroci o deumanizzanti non ci garantisce esattamente di manifestare la versione più incantevole di noi stessi.
Il problema giace nel fatto che possiamo fare solo ciò che da noi dipende, e non altro. Né perlopiù dovremmo arrogarci diritti che non ci spettano, precisamente in virtù della nostra rettitudine morale.
Impreteribilmente però dobbiamo poter trasformarci proprio nelle persone che vogliamo essere, ed assumere tutte le tutele necessarie a difesa della nostra libertà personale e della salute. E queste cose potrebbero essere raggiungibili a prescindere dal luogo in cui ci troviamo e dal nome a cui rispondiamo.
Solo allora la vita acquisterà valore e continuerà a serbarlo presso sé, potendo noi scansare la follia alionormata ed i gioghi che opprimono la nostra identità.

***

Words are there for a reason, that is communicating who we are and how we feel.
When this incommensurable power withers away, mankind is lost, since meaningful messages can no longer be conveyed, but only inferred. But, in doing so, the odds of producing hermeneutical errors grandiosely levitate, especially if peculiarity is our birthmark.
The necessity of carrying a conversation is interwoven within us, along with many others. Trust, for example, has seminal importance if we consider that, when it is lacking, we cannot viably exist. Woe betide him who has good reason to be skeptical in that regard.
Even mood homeostasis, although not often mentioned, cannot be easily dismissed. Fickle people are in fact not well regarded.
Moreover, our personal identity develops in several ways, and when we receive opposing signals, that are at once atrocious and dehumanizing, both endogenously and exogenously, we are not guaranteed to showcase the most beguiling version of ourselves.
The problem lies in that we can only do what is dependent on us, and should not claim to have rights we are not entitled to, exactly in virtue of our moral rectitude.
We cannot help, though, but be allowed to morph ourselves into the best version of ourselves and protect, with every means, our personal freedom and health. And this could be achieved no matter where we are and how we are called.
Only then will life find and cherish its taste, when we will be able to eschew provoked folly and yokes which downtrod our identity.

Cranberries – Zombie

 

This song reminds me of the times when I went to high school. It was continually broadcast back then, and I remember discussing about its meaning with my friends.
I was very different when I was a teenager, quite the opposite of what I am now, but I was engrossed by these lyrics.
It’s not me” “In your head, in your head, they are fighting” “What’s in your head, in your head, zombie, zombie, zombie-ie-ie, oh“. These sentences are frightening and astounding because they make you wonder how powerful our brain is.
I am frankly passionate about medicine, so I know that this organ can shape and mold our identity in infinite ways. As you know, when we feel friendship, appreciation, trust or suspicion, this is brain dependent. When we feel like acting in selfish or evil ways, this is brain dependent. Our tastes and preferences hinge exactly on that. What we feel like doing during the day, if we want to stay home, take a walk or have sex stems precisely from the chemistry of our bodies. If we remember something, we must pay heed to the fact that every memory is encoded in a precise location inside us.
The list is countless and a philosophical question arises: how can we possibly know that we actually want what we think we want in any given moment?
But music, of course, is simply for fun and we live in an amiable and amicable society, so we can dismiss these conundrums with a shrug of our shoulders.
After all, who cares? And why should we be worried about these petty theoretical trifles? Most people deserve to be trusted, don’t they?

In tema di valutazioni etiche

In questi giorni ho comunicato con diverse persone, e ho percepito (perché ora posso percepirlo) varie domande indagatrici, poiché la gente è avida di conoscerti e giudicarti secondo schemi predefiniti. Il problema sorge quando tu, pur avendo agito in modo enormemente etico, non appartieni ad alcuno di essi.
Allora mi sono domandato quali siano le caratteristiche che dovrebbero suscitare stima in un essere umano in confronto ad un suo simile ed eguale, in quanto anche lui appartenente alla stessa razza.
Forse l’accesso alla conoscenza, per cui uno che disponga di certe informazioni diviene migliore di un altro? Be’, anche se essa è sicuramente arma di potere e soggiogazione delle masse, nulla aggiunge agli attributi morali di un individuo.
Forse allora il suo carattere, la sua indole spigliata ed insolente, oppure goffa, impacciata ed introversa? Se per esempio sia portato a porre in essere azioni grette od altruiste? Ma no: queste sono caratteristiche che, diciamo così, ci concede Madre Natura.
Ciò che invece, se dovessi dire la mia, dà valore ad un individuo è la sua aspirazione a comportarsi nel modo più nobile, morale e filantropico di cui sia capace. Ognuno lo farà a modo suo, in accordo con la peculiare situazione in cui si trova e le sue personali caratteristiche, ma, per me, il metro fondamentale di giudizio resta questo.
E dagli sforzi concordi di tanta gente che in questo senso agisce potrebbe scaturire un fato migliore per noi e per i figli di chi avrà figli, mentre invece una condotta antitetica finirebbe col condannare immedicabilmente l’umanità.

Fiorella Mannoia e Ivano Fossati – Oh, che sarà

In tendenza su Twitter questa mattina c’era Fiorella Mannoia, così ho ricordato che, tra le cassette che mio padre m’aveva registrato da bambino, vi era questa canzone che letteralmente mi mandava in estasi ogni volta che la ascoltavo.
Sarà stato per la musica che mi riempiva l’animo, sarà stato per le voci che nel canto sembravano consumare un arcano rituale ieratico, o forse il motivo è da rinvenirsi in quel profluvio di domande irrisolte che sfuggivano alla mia comprensione fanciullesca, purtuttavia insinuandovi un seme d’inquietudine, una sensazione a stento percepita che magari le cose, nel mondo, non fossero esattamente perfette.
Oggi che riascolto quelle parole, sicuramente riesco a percepire alcune ascose implicazioni, ma il brano indubbiamente custodisce un sostrato ermetico per cui il discettarne resta difficile.
Però la mia interpretazione personale mi induce a ritenere che il fulcro di esso sia il divario tra l’essere e il dover essere di kantiana memoria, ossia quello iato incolmabile tra lo stato effettivo delle cose e quello ideale. Tale abisso discende dal propagarsi in seno all’animo dell’uomo di forze ingovernabili che spesso concedono la supremazia a fomiti indecorosi e meschini.
Ciò nonostante, appartengono altresì alla nostra indole altre più nobili pulsioni, come quelle generate dalla bellezza, dall’amore, dalla sensualità.
E forse il tutto si riduce ad un conflitto escatologico tra questi due opposti, da cui ineludibilmente scaturirà la salvezza o la dannazione dell’umanità.
Tuttavia, mentre si resta in attesa che si imbocchi l’una strada o l’altra, ammettendo che una scelta sia ancora possibile, continua ad avere senso domandarsi quale futuro stiamo costruendo.

Grégory Lemarchal – En chantant

Uno dei parametri per giudicare una canzone è il numero di emozioni provate, talvolta proporzionale alla quantità di pensieri che essa evoca.
Questo brano di Sardou (di cui adoro l’interpretazione di Grégory Lemarchal) mi fa pensare a moltissime cose e sembrano tutte, più o meno, in accordo con il mio sentire.
Ad esempio tra esse vorrei ricordare:

 la necessità di approcciarsi all’esistenza in modo ottimista, propositivo, determinato;
 l’ingenuità delle prime esperienze e dei primi amori che aggiunge ad essi una patina di fascino;
 il concetto di sincretismo religioso e filosofico per cui la cosa più importante diviene l’agire altruista e apportatore di bene;
  un approccio tranquillo con la morte e finanche con la propria sepoltura, senza patemi, perché quando è necessario è necessario;
  il legame con i nostri genitori e l’ideazione immaginifica di un incontro metafisico con loro;
  l’idea di filiazione per cui un giorno dovrebb’essere possibile mettere al mondo ed amare qualcuno che discenda da noi;
  l’amicizia, i bons copains, e tutti gli interrogativi connessi con la loro eventuale esistenza;
  la vita, intesa come continuum che ci conduce dall’infanzia all’estremo termine.

Gianluca Capozzi – E mi ricordo ancora

Ho un ricordo bellissimo legato a questa canzone: quando uscivo con il mio ex, alla fine della serata ci appartavamo per baciarci e coccolarci.
A volte attendevamo che facesse mattino: poi, ad un certo punto, lui si decideva a mettere in moto. Dopo essere partiti, schiacciava il tasto play del lettore, e more often than not questo era il brano che s’ascoltava per primo.
Bisognava a quel punto percorrere per qualche minuto alcune strade solitarie, così approfittavo del fatto che la sua guida non fosse impegnativa per tenergli la mano mentre canticchiavo.
Ci trovavamo allora in una zona panoramica della città, quindi ogni tanto noi si dava uno sguardo al paesaggio, maestosamente impregnato di alba e silenzio. Poi giungevamo sotto casa mia: ci attardavamo a parlare, soprattutto perché avevo voglia di restare ancora un po’ con lui.
Quindi finalmente rientravo e mi adagiavo a letto, pronto per dormire un tantino, nonostante ormai fosse giorno inoltrato. Mentre attendevo che il sonno mi intorpidisse, talvolta mi soffermavo a pensare che, in bocca, ancora conservavo il sapore dei suoi baci.

Ripensavo a queste cose quando qualche giorno fa ho voluto riascoltare Capozzi. Nel risentire quella musica, non ho potuto fare a meno di concludere che sono riconoscente per avere vissuto quei momenti.

Ascoltando Madonna

Nonostante manchino tante cose importanti, stamattina mi sono svegliato di buon umore, e sono riconoscente per questo.
Allora ho pensato di ascoltare un po’ di musica; da bambino adoravo tante voci femminili, oggi che i miei gusti sono cambiati preferisco le maschili, però quella di Lady Ciccone si lascia sempre apprezzare.
Io ho tanti ricordi connessi con le sue canzoni, soprattutto quello di averle ascoltate in macchina con un amico e nient’altro più di questo. All’epoca ero un ragazzo spensierato: lui passava a prendermi, ed io accanto a lui lo guardavo cantare questi brani; a volte invece di rivolgere lo sguardo verso il parabrezza lo indirizzavo verso il suo volto, e quelle note assieme alla sua presenza mi facevano compagnia.
Anche per questo motivo una delle ultime volte che ho guidato la mia 600 decisi di ripetere con lui l’esperienza al contrario, e fui io a scegliere di riprodurre un cd di Madonna.
Nel suo repertorio ci sono tante canzoni che mi piacciono molto, ma voglio citarne tre che mi comunicano qualcosa in modo particolare.

La prima, “X-Static Process“, mi fa pensare a tutte le forze che influiscono su di noi al di là del nostro controllo, ed anche a quelle volte che, sopraffatto da un improvviso eccesso di romanticismo, iniziavo a pensare ai miei desideri inappagati.

La seconda, “I’d be surprisingly good for you“, mi lasciava davvero sognare: e quando nel sogno la cantavo, cambiavo le parole, immaginando di vivere alcune scene, e tra me e me dicevo: “I don’t always rush in like this, twenty years after saying hello“. E poi i versi che citano una “hurried night, a frantic tumble, then a shy goodbye” come qualcosa preferibilmente da evitare trasponevano esattamente in parole l’anima che avevo.

La terza, “Like a prayer“, mi ricorda le preghiere adolescenziali e il concetto ungarettiano per cui «ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di Sole: ed è subito sera». E dopotutto tante volte, quando la mia voce era un po’ meno monocorde di ora, mi sono sfrenato a cantare: “I have no choice, I hear your voice“.

Le lusinghe

Quando ero bambino, uno dei miei passatempi preferiti era passeggiare con mio zio.
Nonostante lui fosse un ottuagenario ed io un frugoletto, lo consideravo una specie di amico, forse perché non ne avevo altri, o fors’anche perché mi faceva discorsi più grandi di me che mi spalancavano la mente.
Un giorno, commentando una notizia di cronaca che parlava di corruzione, mi disse qualcosa del genere:
“Anche se accettare dei compromessi potrebbe essere inevitabile, cerca di non farti lusingare troppo dal denaro e dalla menzogna: non ti converrebbe perché rischieresti di non essere più un uomo libero. Se qualcuno ti fa un favore poi ne vuole un altro in cambio, e tu saresti costretto ad acconsentire. La tua vita, allora, diverrebbe frutto delle decisioni altrui”.
Questo discorso mi colpì molto. Non fu l’unico perché lui mi raccontava, sovente in modo elusivo, tantissime cose: anche se sarebbe impossibile ricordarle tutte e io avevo rimosso molti di quei dialoghi, alcune tra esse mi sono tornate alla mente.
È chiaro comunque che avrei potuto essere educato in molti modi, o aver vissuto ben altre esperienze, ed avrei in quel caso sviluppato pensieri ed opinioni diverse: anche per questo mi astengo sempre dall’emettere giudizi irrevocabili di condanna nei confronti di altri.
Però oggi, visti gli avvenimenti che hanno caratterizzato la mia vita, non posso esimermi dal pensare che paradossalmente sono stato fortunato, in quanto almeno limitatamente a quest’aspetto mi sono state imparite le lezioni giuste.
Come quella per cui il male potrebbe ritorcersi contro chi lo commette, anche se non è ciò che auguro o desidero io.

I had a dream

I had a dream. That’s weird because I don’t always remember my dreams. Maybe I dreamed to be dreaming.
I dreamed that the world could be trusted and there were many paths ahead of me, and I could take every single one of them. I was free and in control of my destiny.
Many people appeared before my eyes, and I tried to hold them back, but to no avail. Then I saw a child, and felt a peculiar connection to him. I tried to exchange some words, but realized he was forced to play a role. I wanted to give him a perfect life where he could always be himself and his soul was untarnished and happy and naive in a good way. A child is best placed to appreciate that kind of life, and he was no more than a child. But there was not much that I could do, despite my will.
And then other people turned up. Among them I could recognize another guy, and I remembered having slept beside him and kissed his lips many times.
I wished him well, and in that moment a heap of books materialized itself. I wanted to read and study them all, but the words were scrambled and I could not retain enough information. One of these books was still in the process of being written, so I got nearer to its author and stopped to ask him a few questions, suddenly recalling that a new year was about to start.
“Do you think this year will be a happy one?”
“Of course, sir.”
“As happy as the year just gone by?”
“Much happier.”
“As happy as the year before last?”
“Very much happier, sir.”
“As happy as what other year? Wouldn’t you like the new year to be like one of the past few years?”
“No, sir. I don’t think I would.”
“Can’t you remember any year in the past that you think was really happy?”
“To tell the truth, I can’t, sir.”
“But life is beautiful, isn’t it?”
“Everyone knows that.”
“But would you like to live exactly the same kind of life you have led — nothing more than that — with the same joys and the same sorrows?”
“I wouldn’t like that.”
“Oh…whose life would you like to live, then? my life? or a prince’s? or who else’s? Don’t you think that I, and the prince, and anyone else, would answer just as you have. Don’t you think that no one would go back if he had to live the same kind of life again?
“I don’t think so.”
“And would you, if you had no other choice?”
“No, sir. I’d never go back.”
“So, what kind of life would you like to have?”
“I’d like to have a life just as God sends it to me, without any other agreement.”
“A life of chance? A life you know nothing about, just as you don’t know anything about the new year?”
“That’s right. That’s what I’d like myself if I were to live again. And that’s what everyone would like. But this means that fate has ill-treated everyone so far. If no one would like to be born again if his life was given back to him with the same amount of good and evil, it is plain that everyone thinks that his sorrows have either outnumbered or outweighed his joys. That life, which everybody believes to be a beautiful thing, is not the life we know, but the life we don’t know; not the past life, but the life yet to come. And then a vast and horrible abyss awaits us, where plunging headlong we forget our suffering and our strife. And perhaps in every state beneath the sun, or high, or low, in cradle or in stall, the day of birth is fatal to us all”.
And so, after having uttered those words, he took my hand and we just vanished into thin air.

This post is partially written by me but contains an adaptation of some excerpts from Giacomo Leopardi’s works.

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