A mio padre

Vergai queste righe nel 2008, pochi giorni dopo i funerali di mio padre.

Ricordi le storie che inventavi, con la strega Sifì e l’abero iper-tecnologico, il quale, nel cavo del tronco, nascondeva una pulsantiera in grado di comandare tutta la foresta, se correttamente maneggiata?
Essa era, nella mia fantasia di bambino, identica a quella del vecchio televisore SABA del salotto su cui m’era proibito mettere le mani. Quando il sonno pian piano cominciava a lambirti, tu biascicavi le parole ma non tacevi, finché anch’io ristavo, acchetato dalla stanchezza.
Ricordi le dispute sulle antenne e sulle frequenze, quelle sigle così strambe ma alle mie orecchie familiari quasi quanto te, le bande VHF ed UHF, le armoniche di segnale, i collegamenti misteriosi? E quando io, con i mattoncini Lego, volevo costruire un “disturbatore di trasmissioni” che ti impedisse di vedere le partite in tivvù e ti facesse giocare assieme a me? E quando poi il video saltava davvero, e sullo schermo campeggiava il monoscopio come un vecchio cartello un po’ arrugginito, su cui si leggeva in maiuscolo: “LE TRASMISSIONI RIPRENDERANNO AL PIU’ PRESTO POSSIBILE”, le lettere bianche dal corpo sottile, lo sfondo blu o nero.
E quando mi portasti a Palermo, con la nave, a conoscere i tuoi colleghi, che già tanto, attraverso di te, avevano saputo di me? Pare di essere ancora oggi in quella cabina, tanto ne è nitido il ricordo dei suoi due lettini, incolonnati uno sull’altro in parallelo, e guarniti da un neon sbiadito, moderno paralume da viaggio.
Il tuo ufficio, invece, appariva così grande e pullulava di oggetti un po’ curiosi, la cui funzione mi era ignota.
Rivolsi gli occhi lentamente su ogni cosa, poi mi fiondai su di una macchina da scrivere elettrica, squadrando i dintorni in cerca d’un cenno d’approvazione: con la complicità dei tuoi colleghi, iniziai a tamburellarci sopra, produssi una paginetta, e la feci leggere a chi volesse. Allora la mia attenzione si concentrò sul trituratore di documenti di cui mi mostrasti la temibile potenza sminuzzatrice. Quando giunse l’ora di andar via, vidi la tua casa, l’altra casa, quella in cui vivevi senza di me e senza la mamma, quando a settimane alterne ti assentavi dal mio sguardo: c’era un piccolo cucinino, un televisore ancora in bianco e nero, e poco altro.
Era anche per questo che mi piaceva l’estate, perché non dovevi andar via, anche se avevo sempre paura, quando eri al mio fianco, dei tuoi rimproveri che immancabili arrivavano quando li meritavo. La mattina, però, andavamo assieme in ispiaggia, e tu scomparivi nell’acqua a nuotare per minuti interminabili, e la sera, sul balcone, eri ancora lì con me a discutere, mentre io monopolizzavo il possesso dell’amaca. L’aria serotina era così dolce in quegli anni che solo il cuore di un bambino sapeva respirarla per davvero.
Quindi fosti trasferito a Roma, ed ogni giorno lavorativo ero parzialmente riscosso nel sonno dal rombare del vecchio motore dell’autovettura che, puntuale, alle sei meno un quarto si avviava, abbastanza recalcitrante, per portarti a lavoro.
Una volta, mi raccontasti, ti aveva piantonato la polizia, insospettita dall’ora in cui quella insistente cerimonia aveva costantemente luogo.
Io ricordo – già, io ricordo – a memoria fallace d’uomo, tutto questo e ancora tanto altro di te, anche tutto ciò che non ho potuto vedere, perché ancora non c’ero, e che mi ha egualmente  formato.
Non devi aver avuto una vita facile: la Napoli degli anni ’30, che alla mia immaginazione prende forma come attraverso un caleidoscopio un po’ fumé, era braccata dall’indigenza, ed alla laurea in ingegneria elettrotecnica il regalo, ricevuto ed apprezzato, fu una scatola di biscotti  – così amavi raccontare. E quando nell’infanzia portavi con orgoglio indosso i pantaloni raffazzonati con le toppe, gli scugnizzi della città, quelli che trascorrevano le loro giornate intenti nelle guainelle, come si chiamano in lingua napoletana le sassaiole, ti rispettavano per questo.
In quegli anni la seconda grande guerra s’era affacciata sul mondo già malconcio di suo, e non vi era vita che avesse risparmiato. Quelle che non aveva falciato nell’orrore, le aveva travolte nel lutto, ne aveva depredato la serenità e disposto di esse a piacimento: eri tu fra quegli sventurati, anche il tuo orecchio aveva imparato a riconoscere la tetra eco della sirena che annunziava i bombardamenti, anche i tuoi occhi, di necessità virtù, conoscevano tutti i rifugi in cui precipitarsi nei momenti del terrore, fossero di giorno o di notte.
E dovevi avere sui dodici anni quando fosti costretto a lavorare nelle ore notturne, a dismettere così i panni forse mai indossati di bambino, e prendere clandestinamente il posto di mio nonno che si era lesionato una gamba e che rappresentava l’unico cespite finanziario della famiglia.
Imbracciasti il fucile che era più alto di te, un vecchio 91, e ti facesti coraggio.

Non si può certo dire che tu ti sia mai risparmiato nel lavoro: divenuto ingegnere, cominciasti ad esercitare presso la Montecatini, e qui, avvertendo che la teoria senza la pratica sarebbe rimasta inservibile, ti lasciasti con umiltà insegnare i trucchi del mestiere dagli operai.
A seguire, la tua esperienza come insegnante di scuola superiore, dove nei tuoi riguardi gli allievi dovettero fondere in amalgama il timore reverenziale all’affetto. Sono convinto, infatti, che unisti all’intransigenza i modi pacati, perciò coloro che ti ebbero come professore dedicarono a te uno scherzoso scritto in rima che più o meno usava queste parole: “Ecco arriva *** / col suo modo assai cortese / lui ti mostra la dentiera / e allora, buonasera“. Fu in quella scuola che conoscesti mia madre, alla fine però vincesti il concorso di ispettore del Ministero della Pubblica Istruzione che ti portò lontano da casa, e che eseguisti con incorruttibile solerzia fino all’ultimo.
Non me le hai mai raccontate per bene le tue avventure, come eppure tanti che hanno qualche anno di più sogliono fare: ho dovuto scoprirne qualche dettaglio attraverso i carteggi di tuo fratello.
Avevi un temperamento determinato ma introverso: l’affetto ed i sacrifici eri solito dimostrarli invece di dichiararli, ed erano immensi entrambi.
Forse è lo stesso errore che ho commesso io, pur meritando molto meno di te.
Troppe poche volte ti ho detto: ti voglio bene.
E troppe poche volte ho compreso quanta ragione avevi in ciò che mi chiedevi.
La malattia ha iniziato a ghermirti nel 2002, pezzetto dopo pezzetto. Ma tu eri così forte nel tenerla a bada che nessuno se n’è accorto per cinque anni, manco tu, sembrava non averti minimamente intaccato.
Quando s’era ormai scavata la strada all’interno del cervello, ne hai combattuto persino la sua stessa esistenza e, sconfessandola, ne hai quasi stemperato la furia scempiatrice.
Il sopore ti ha avvolto soltanto nelle ultime ore quando, mentre noi ci davamo d’attorno ad evitarne le esiziali conseguenze, tu ti addormentavi in Dio, accettandone la volontà.
Cosa rimane da dire a me che ancora resto qui? Anche ringraziarti sembra poco, papà. Soltanto attenderò che ci rivedremo lassù, e allora avremo finalmente imparato a non litigare. Poi ci faremo da parte, allontaneremo gli astanti, e ci proveremo, solo noi due, a collegare la cavetteria tra le nuvole e il mondo.



Questo è un post di admin scritto in data 5 ottobre 2016 alle ore 21:23 e appartiene alla categoria Personale. Puoi seguire i commenti a quest'articolo attraverso un feed apposito. Sei invitato a lasciare un commento. Non è consentito il ping.

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