Dalida – Mourir sur scène

Continuo a parlarvi delle canzoni che ho maggiormente amato nel corso degli anni, tra cui anche questo brano di Dalida, per vari motivi che mi preparo ad enunciare.
Uno di essi è che sono stato educato ad aver paura della morte, tratteggiata come un giudice severissimo, pronto a sindacare sulle mie più piccole e veniali mancanze. Immaginare che qualcuno affrontasse la fine con indifferenza mi ha sempre trasmesso un messaggio di incoraggiamento.
In secondo luogo: in passato avevo paura del giudizio degli altri ed attribuivo ad esso una eccessiva importanza. Invece la protagonista, almeno a sindacare da ciò che mi figuro, mette a nudo la sua anima davanti ad una vasta platea di persone e non se ne cura.
Oggi penso che questo sia l’atteggiamento più razionale. Ma, attenzione, con un distinguo: bisogna attribuire importanza a ciò che ci viene detto, specialmente quando percepiamo le altrui buone intenzioni, ma non è opportuno sottomettere giammai le proprie convinzioni a quelle degli altri, soprattutto quando riteniamo che il nostro pensiero abbia resistito alla prova del nove del confronto dialogico ed intellettivo.
La terza cosa che mi piace in questo brano sono le parole “sans la moindre peine”. Credo riflettano un desiderio di molti.
Io oggi ho sinceramente un atteggiamento molto meno emotivo rispetto al passato nei confronti del lugubre mietitore. Penso che quando la vita non sia in grado di garantirci alcune cose essenziali possa essere opportuno rinunciarvi: non per disperazione, ma per tremenda scelta logica.
Inoltre questo concetto mi porta a ponderare alcune considerazioni sulla sofferenza ch’è davvero l’elemento di fronte al quale tutti siamo egualmente miseri ed insignificanti: anche se non tutti soffrono atrocemente, chiunque di fronte ad una sofferenza atroce ne soccomberebbe. Il dolore in effetti ha una matrice biochimica, ed ognuno è schiavo della chimica: questo dovrebbe generare in noi uno spirito di fratellanza, rispetto e cooperazione vicendevole, almeno in teoria.
In ogni modo, un giorno in cui quel momento verrà – e, fidatevi, verrà! – se un Dio ultraterreno non dovesse esistere, saremo noi a stabilire il nostro valore su questa terra. E disgraziati, molto disgraziati saranno quelli costretti a condannare sé stessi.
Qualcun altro invece, magari salirà sul palcoscenico con la coscienza pulita: cantando si accommiaterà, domani o tra cent’anni. Si troverà questi in un teatro, luogo di recitazione per antonomasia, ma non starà per nulla fingendo.
Sarà al limite esuberante e soddisfatto per non aver mai voluto scientemente nuocere ad alcuno.



Questo è un post di admin scritto in data 31 ottobre 2016 alle ore 13:35 e appartiene alla categoria Chiave di violino. Puoi seguire i commenti a quest'articolo attraverso un feed apposito. Sei invitato a lasciare un commento. Non è consentito il ping.

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