Con calma…

Ché non è possibile che apro Msn per vedere se ho compagnia per il Pride di domani e mi subissate tutti di richieste per stasera.

È vero che un po’ di feedback positivo fa sempre piacere:

In quell’altra finestra:

E poi:

Bene: la mia autostima vi ringrazia.
Però, sapete cosa? Che palle, mi scoccio proprio.

Il chimico

L’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters è uno dei capolavori della poesia del Novecento.
Con un linguaggio scarno ma grandemente efficace, l’autore riunisce una serie di immaginari epitaffi: attraverso di essi, coglie l’occasione per tracciare una sorta di bilancio sulla vita di coloro che in apparenza furono gli abitanti di un piccolo paesino americano.

Fabrizio De André fu molto ispirato da questi versi e volle perciò ricavarne alcune canzoni; tutte davvero molto belle, pura arte, pura poesia.
Mi piace ogni tanto riascoltare Il chimico.

Prende spunto da questo componimento:

TRAINOR, IL FARMACISTA

Solo il chimico può dire, e non sempre,
cosa verrà fuori dall’unione
di fluidi o solidi.
E chi può dire
come uomini e donne reagiranno
fra loro, o quali figli ne risulteranno?
C’erano Benjamin Pantier e sua moglie,
buoni in sé stessi, ma cattivi l’uno con l’altro:
lui ossigeno, lei idrogeno,
loro figlio, un fuoco devastatore.
Io, Trainor, il farmacista, un mescolatore di sostanze chimiche,
morto mentre facevo un esperimento,
vissi senza sposarmi.

De André reinterpreta così l’animo di quest’uomo di scienza: egli comprende le leggi che spiegano come e perché le sostanze reagiscono tra loro, «ma gli uomini mai mi riuscì di capire perché si combinassero attraverso l’amore, affidando ad un gioco la gioia e il dolore».
E dunque questo sentimento, che in gran misura coinvolge tutti, viene scarnificato al microscopio: qui vi appare come un qualcosa di misterioso, allettante («guardate il sorriso, guardate il colore, come giocan sul viso di chi cerca l’amore») ma spesso, tutto sommato, sconveniente ( «ma lo stesso sorriso, lo stesso colore, dove sono sul viso di chi ha avuto l’amore?»).
Eppure, è una bellissima trappola da cui non si può fuggire; trascende la nostra volontà e si insinua nel cuore, senza che neppure lo vogliamo: diventa infine un temibilissimo desiderio che ne fa sorgere molti altri («Primavera non bussa, lei entra sicura: come il fumo lei penetra in ogni fessura; ha le labbra di carne, i capelli di grano: che paura, che voglia che ti prenda per mano!»).
Tutto, alla fine, si vanifica con la morte che sopravviene anche se non c’è stato «un volto di donna da dover ricordare».
Ed allora, Faber si chiede: «Ma è forse diverso il vostro morire, voi che uscite all’amore, che cedete all’aprile? cosa c’è di diverso nel vostro morire?».

Che meraviglia!

It’s time to party!

Cioè, uno non può fare un normalissimo videopost in cui schiappetta al ritmo di una canzone supertrash che sùbito diventa un tormentone tra gli amici, etero compresi.
Di questo devo ringraziare so-io-chi, che vedo troppo poco per potermela prendere davvero con lui,  però spero che se gli venisse in mente di diffondere altri contenuti (soprattutto verso chi non è gay) magari me lo chieda, sennò farò molta attenzione a ciò che pubblico, quando invece qui sopra sto andando davvero a ruota libera, senza censure.

Ed è uno dei motivi per cui ho aperto questo spazio: far conoscere tanti e diversi aspetti di me, senza artefare o imbellettare alcunché.

Detto questo, ieri ho trascorso una bellissima serata con gli amici di sempre e mi mancheranno molto. La vita deve essere accettata, e apprezzata  più che si può, anche con riguardo a ciò che non si può cambiare.

Perciò, culo all’aria tutti, forza: it’s time to party!

(Segue immagine)

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Giro al centro commerciale

Sono di ritorno da un giro al centro commerciale e vi propongo le mie osservazioni odierne:

  • Sono importanti le mnemotecniche, sapete?  Se, ad esempio, parcheggiate nel lotto B14 siate pur certi che una frase originale vi consentirà di ricordarlo senza téma di confondervi. Ad esempio: I sette nani andarono a Bari e si moltiplicarono per due, facendo sesso selvaggio.
  • C’era un Mac in offerta a 800 euro, non male. Ma il budget che destinerò ad un nuovo portatile, quando sarà possibile, è sceso a 500 euro, il giusto compromesso tra prezzo e prestazioni.
  • Qualcuno lo dice al fioraio del centro commerciale, il quale ha chiamato il suo chioschetto Mon fleur, che fleur è femminile?
  • Era in vendita a 80 euro un kit per installare in casa alcuni giochi di luce, con tanto di telecomando per cambiare i colori e regolare la luminosità. Ecco: da bambino ho sempre sognato di avere una cosa del genere ed è divenuta realtà. Direi che ho precorso i tempi, un po’ come quando desideravo una specie di macchina gigante con dentro tutte le mie musicassette che, alla pressione di un tasto,  facesse partire la riproduzione di uno specifico brano.

Sì, sarebbe bello che la mia camera da letto fosse arredata proprio con questi effetti (tranne per l’orrida tinta giallastra del letto :P)
Mi ci vedo mentre mi coccolo con il mio cucciolo e, ad un certo punto, quando le cose diventano scabrose, mentre continuo ad accarezzarlo senza interrompermi, mi allungo per afferrare il telecomando, pigio un bottone e metto in funzione… le luci rosse :D

Autoscatto

Nella pagina del post trovate un mio autoscatto: è un modo senza pretese per farmi vedere meglio ai miei lettori, senza però svelare la mia identità.

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Grégory Lemarchal – Sos d’un terrien en détresse

Adoro questa canzone e soprattutto la sua interpretazione dolcissima ad opera del piccolo principe Grégory Lemarchal, che riposi in pace.

Le parole sono taglienti, cariche di pathos, un po’ tristi: pourquoi je vis, pourquoi je meurs.

Soprattutto sento mio il messaggio di alienazione: J’ai jamais eu les pieds sur terre, j’aim’rais mieux être un oiseau, j’ suis mal dans ma peau, j’ voudrais voir le monde à l’envers.

Mi immagino nei panni del protagonista che non si riconosce in ciò che lo circonda: allora coltiva il suo orticello che probabilmente all’esterno apparrebbe sconveniente, tanto utopico, parecchio folle.

Dopotutto, questa è una società che si nutre di convenzioni; di scelte obbligate e necessarie; di priorità e subordini; di rapidità e cicli esistenziali che pure si esauriscono; una società in cui tanti sensi unici spingono unicamente verso un avanti sempre nuovo e diverso.

Allora la fantasia di librarsi in volo, osservare tutto dall’alto, fino al punto in cui ogni cosa diverrebbe soltanto una minuscola piccinerìa, prende corpo e vigore. Plus beau vu d’en haut.
Ma se volare non si può, talvolta bisogna obtorto collo adeguarsi ai tempi, ai cicli, alle volontà del mondo.

 

Adoro questa canzone e soprattutto la sua interpretazione

dolcissima ad  opera del piccolo principe Grégory

Lemarchal, che riposi in pace.
Le parole sono taglienti, cariche di pathos e un po’ tristi:

pourquoi  je vis, pourquoi je meurs.

Soprattutto sento mio il messaggio di alienazione con cui la

canzone si conclude:
J’ai jamais eu les pieds sur terre
J’aim’rais mieux être un oiseau
J’suis mal dans ma peau
J’voudrais voir le monde l’envers

Mi immagino nei panni del protagonista che non si riconosce

in ciò che lo circonda: allora coltiva dentro di sé il suo

mondo e vi ci si racchiude dentro perché probabilmente i

suoi sogni sarebbero sconvenienti, tanto utopici, parecchio

folli.

E’ questa una società che si nutre di convenzioni; di scelte obbligate e necessarie;  di priorità e di subordini; di cicli esistenziali che si esauriscono e poi si succedono rapidamente tra loro; una società in cui

tanti sensi unici spingono unicamente verso un avanti

sempre nuovo e sempre diverso.

Allora la fantasia di librarsi in volo, osservare tutto dall’alto,

lì dove ogni cosa diventa soltanto una minuscola piccinerìa, prende corpo e vigore. Plus beau vu d’en haut.
Ma se volare non si può, talvolta bisogna adeguarsi ai tempi ed ai cicli del mondo.

Il ragazzo che si faceva le seghe in aula

Da uno sguardo alle statistiche, il post sui ragazzi nudisti è quello più cliccato: cerchiamo  quindi di accontentarvi.

Dunque, parliamo perciò della curiosa vicenda di Tim Perry, un giovane studente australiano che sognava di girare un porno.
Nonostante i numerosi provini, le case di produzione non lo ritenevano adatto.

Allora ad un certo punto si stufa e decide di fare a modo proprio: apre un blog e si fotografa in slip nelle varie aule e nei vari luoghi del suo campus universitario, quando ovviamente son deserti.
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The Ark – The most radical thing to do

Adoro quest’album dei The Ark.
Sì, è vero che vi sono legato da un ricordo personale, in quanto piacevano ad uno dei miei ragazzi.
Ma non è solo quello: ne apprezzo la musica e giudico i loro testi semplici, intelligenti, spesso in linea con il mio modo di pensare.
Per mia natura, infatti, sono portato a diffidare da chi scrive cose tremendamente astratte, molto immaginifiche ma prive di coesione narrativa: spesso infatti nasconde, dietro espressioni vacuamente suggestive, una carenza nello scopo, nel fine, nel messaggio da comunicare.

Qui, invece, con grande semplicità, gli Ark (sì, dovrei scrivere nuovamente: i The Ark però, perdonatemi, non ce la faccio)  elencano  una serie di azioni percepite dai più quali scelte radicali: darsi alla prostituzione, abbracciare il sacerdozio, proclamarsi figlio di Dio, smettere di lavarsi i denti, eccetera.

Ma concludono: la scelta più radicale, e difficile, è quella di amare un individuo, anche se la società tenta, in tutti i modi, di scoraggiare questi ideali (But the most radical thing to do is to love someone who loves you, even when the world is seemingly telling you not to.)

Poi c’è una frase che, come dire…  it totally strikes a chord with me! If only i were writing in english! So, yep, back to italian.
Dicevo, mi ci rispecchio parecchio: I don’t know what’s wrong or right but i know what’s worth a fight.
È così: non ho certezze assolute nella mia morale, però alcune cose, ed alcune persone, mi trasmettono la carica e la voglia di lottare per costruire un qualche sentimento positivo.

La canzone termina con l’esternazione di un desiderio irrealizzato: I wish that i could be that radical!

Europride: alcune considerazioni ex post

Ho ascoltato, attraverso il tubo, il discorso di Lady Gaga.
Ammetto di non essermi particolarmente emozionato (le sensazioni che suscita in te una determinata persona non possono controllarsi) però confesso di averne apprezzato i toni complessivamente pacati, proprio come mi auguravo nello scorso post.

I detrattori del pride, come potete vedere dal Giornale.it di questa mattina, hanno dato ampio risalto, già dai titoli, ai cartelli contro il Papa e contro il Vaticano. Ieri, per un certo periodo, anche il Corriere.it (nonostante sia complessivamente una testata moderata) ha evidenziato quest’aspetto.

Ecco, appunto, mi sarebbe piaciuto – torno a ripeterlo – che non fosse stato concesso ai nostri oppositori di appigliarsi con tanta facilità a quest’aspetto della vicenda. Che, sicuramente, discende da una reazione ben comprensibile, eppure io penso dobbiamo essere maggiormente lungimiranti.

Sì, Lady Gaga non è il demonio ma rimane una figura controversa agli occhi di tanti cattolici più o meno conservatori che andrebbero, invece, conquistati, anche perché, tirando le somme, il messaggio di amore, di pace e di eguaglianza della comunità GLBT non è molto lontano da certi valori religiosi.

Però, alla fine, se debbo dirlo, anche se a me questa popstar non dice granché, sono contento della sua partecipazione perché, se non altro, è riuscita a trascinare in piazza tanta gente e ciò, lo dicevo già ieri, è sicuramente un bene.
Magari spero la prossima volta di poter esserci anch’io.

Lady Gaga, l’Europride e la Chiesa

Hanno suscitato in me un certo grado di perplessità, ma anche qualche riflessione più articolata, le parole di Rocco Buttiglione che commentava in merito alla scelta di invitare Lady Gaga all’Europride di Roma.
Comincerò con il riportarle:

«Il mondo gay non si sente rappresentato da chi gira dei video offendendo Gesù, come quello della canzone Judas.
Milioni di lesbiche e omosessuali non si riconoscono in chi attacca il Papa e le istituzioni. Se Lady Gaga sabato dovesse rivolgere, dal pulpito del suo “comizio”, attacchi al Santo Padre o alla Chiesa Cattolica, milioni di gay moderati non si riconoscerebbero in quelle frasi […]
È sempre pericoloso l’odio contro qualcuno. Si può essere in disaccordo con la Chiesa, ma sarebbe grave se si incitasse all’odio contro il Papa

La mia prima reazione è stata quella di rinvenire una buona dose di comicità in questa faccenda: Buttiglione che parla a nome del mondo gay!
Non so, è un po’ strano. Vorrei anche sapere, a questo punto, che ne pensa a proposito dell’ultima puntata di Glee (che non seguo, ma mi risulta abbia successo nel mondo GLBT).
Ed è anche fuori di dubbio che, in altre occasioni, il suddetto individuo abbia espresso posizioni alquanto omofobe e, a mio giudizio, discutibili in merito alla loro capacità di essere frutto di un articolato lavorìo di sinapsi cerebrali.
Però, in questo caso, non trovo palesi attacchi alla logica. E ne approfitto, così, per togliermi dallo stomaco un grosso peso.

Non sono mai stato ad un pride e mi piacerebbe esserci: almeno per poter comprenderne meglio i meccanismi, prima di lanciarmi in analisi ben definite.
Magari tutti quelli che pontificano al riguardo si attenessero a questa elementare precauzione razionale.

Sicuramente, comunque, ritengo che sia un bene attrarre l’attenzione della società sull’esistenza di una folta schiera di individui non eterosessuali.
Però trovo assolutamente poco opportuna, e politicamente sconveniente, la tecnica della provocazione. E Lady Gaga, almeno fin ora, è stata sicuramente una provocatrice (vere od artefatte che si giudichino le sue boutades, secondo la capacità di discernimento di ciascuno).
Se lo scopo della manifestazione vuol essere quello di ottenere una maggiore accettazione da parte della nostra società, si dovrebbero evitare, secondo me, sia la provocazione che l’anticlericalismo.
C’è una certa parte del mondo cattolico che sta aprendo gli occhi sull’esistenza di individui GLBT e comincia del resto a guardarli sotto una luce migliore, diradando così un poco quel folto velo di ignoranza che fin ora la contraddistingueva.
Si tratta di una fetta importante della nostra società: quella che, a mio modo di vedere, andrebbe conquistata. Perché, invece, allontanarla?

In secondo luogo: c’è omofobia nella Chiesa? Spesso sì. Però non vuol dire che ci debba essere clerofobia da parte dei gay. Aborro gli scontri ideologici in questo caso perché diventano soltanto catalizzatori di odio.
Io credo che non si possa criticare una religione per i dogmi che professa: si può non condividerli, certamente. Però sono pur sempre convincimenti che non obbediscono alla razionalità ma ad una sfera intima e personale dell’individuo – e come tale insindacabile.

L’odio contro il Papa e contro la Chiesa sono perciò in questo senso da censurare: soprattutto in quanto si tratta di sentimenti distruttivi che finiscono, in ogni caso, per ritornare al mittente più forti di prima.
Se dall’altra parte sbagliano non è un buon motivo per cadere anche noi nello stesso errore.

La politica e la religione sono due cose diverse: in sede politica si agisce per favorire le idee che riteniamo più simili alle nostre e screditare quelle che non ci convincono; per la religione, ognuno deve poter ritenere ciò che crede giusto, senza per questo essere oggetto di offese, nemmeno se le sue convinzioni finiscono per offendere altre persone. Io la penso così.

È chiaro che, però, sono anche convinto che determinati individui, pur liberissimi di sostenere qualsivoglia credenza morale e religiosa, basino gran parte della loro ideologia non su rivelazioni mistiche, bensì semplicemente su presupposti sbagliati e sulla semplice non conoscenza di alcune realtà. E che perciò mi auguro stiano, al contrario di quanto accade, il più lontano possibile dalla cosa pubblica.

Vorrei, in ultima analisi, che ci fosse un dialogo, o quantomeno una reciproca tolleranza, e non uno scontro tra jihad contrapposte. E auspico che gli appartenenti alla comunità GLBT abbiano l’intelligenza di portare avanti un obiettivo del genere, anche quando dall’altra parte arrivano esternazioni di segno opposto.

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