Ictus (Stroke)

Stroke is when poor blood flow to the brain results in cell death. There are two main types of stroke: ischemic, due to lack of blood flow, and hemorrhagic, due to bleeding. They result in part of the brain not functioning properly.[1] Signs and symptoms of a stroke may include an inability to move or feel on one side of the body, problems understanding or speaking, feeling like the world is spinning, or loss of vision to one side among others.[2][3] Signs and symptoms often appear soon after the stroke has occurred. If symptoms last less than one or two hours it is known as a transient ischemic attack (TIA).[3] Hemorrhagic strokes may also be associated with a severe headache.[3] The symptoms of a stroke can be permanent.[1] Long term complications may include pneumonia or loss of bladder control.[3]

(Source: Wikipedia)

Love begets love

 

Even when I was no more than a child, I liked writing.
When a notebook was over, I gave it to my father and he passed it on to his colleague from Palermo.
And he wrote a long letter sifting through my words, ferreting out my thoughts about life and extolling my perception.
But on my part I was sincerely befuddled to comprehend that such a plethora of meanings was concealed within my sentences. On the other hand, if someone did excavate them in my prose and laid them bare, there had to be a kernel of truth in that interpretation. And that’s precisely why my motivation soared.
I was reminded of this by thinking of the proverb ‘love begets love’, and I said to myself with a slight twinge of hope that in some occurences things might possibly be like this.
Good deeds may give back to us  in unpredictable ways  the offspring of the positive things we accomplished throughout life.
Life herself becomes grateful to us because we indirectly help her in her process of self-affirmation.
And likewise I believe in gratitude.

In italiano qui.

Il bizzarro funzionamento di Planetromeo

Sono sempre stato un estimatore di Planetromeo: credo sia davvero un sito di riferimento per la comunità LGBT per quanto concerne la ricerca di partner.
Apprezzo molto come questa risorsa sia accessibile da quasi qualunque piattaforma, fissa o mobile, e mi piacciono le sue funzionalità innovative.

Tuttavia, recentemente mi capita che i miei account sul sito diventino improvvisamente non funzionali, nel senso che ogni messaggio che invio risulta praticamente non letto, come si vede dalla sottostante acquisizione di schermo.

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Il problema sembra risolto quando creo un nuovo account, ma converrete che non è un modo soddisfacente di procedere.
Mi accingo a compiere proprio quest’ultima operazione: funzionerà? Sarà si spera l’ultima volta che sarò costretto ad agire così?

Scriverò altri post se i problemi dovessero persistere.
Ringrazio in ogni caso lo staff di Planetromeo per la collaborazione e l’attenzione.

(Update Nov. 20)  Al momento utilizzo questo profilo che in questo istante sembra funzionare. Il nome utente è wwwwcanibesavedcom.

Love begets love

Anche quand’ero bambino mi piaceva scrivere: ogni volta che finivo un quaderno lo affidavo a mio padre che lo portava ad un suo collega palermitano.
Questi rispondeva con una lunga lettera in cui analizzava le mie scelte stilistiche e discorreva sulla mia concezione della vita, generalmente con belle frasi molto lusinghiere.
Io un po’ mi meravigliavo: ma davvero dietro le mie parole si celavano significati così profondi? Però, se qualcuno li percepiva, magari può darsi ci fossero: quindi ero incoraggiato ad impegnarmi ancora maggiormente.
Pensavo a queste cose perché ho ricordato il proverbio inglese love begets love (l’amore genera amore) e mi son detto con tono appena speranzoso  che qualche volta forse le cose stanno così.
E le buone azioni, magari, potrebbero trovare un modo di restituirci il bene commesso in vie che nemmeno ci figuriamo.
Forse la vita stessa, in quel caso, ci diventa riconoscente, poiché noi indirettamente l’abbiamo aiutata ad affermarsi.
Alla riconoscenza dopotutto io ci credo.

Ascoltando Franco Staco

Oggi mi è tornato alla mente Franco Staco, cantante napoletano che ascoltavo da bambino quando l’ago della sintonia indugiava sulle emittenti locali che trasmettevano musica neomelodica.
Voglio citare alcune canzoni che, a modo loro, apprezzo.

‘O viento mi ricorda le storie d’amore vissute e quel senso che esse siano finite troppo presto. Questa canzone unisce a questo sentire un nichilismo esistenziale che talvolta può avvolgere tutti.

Vita di comunità mi fa ripiombare nella fanciullezza più ingenua quando mi veniva detto di essere guardingo nei confronti dei drogati. La città allora era costellata di siringhe rosseggianti per ogni dove. Il brano ribaltando la prospettiva mi apriva gli occhi, lasciandomi guardare alle cose con un’altra ottica.

Con la canzone Tanti auguri penso alle lettere scritte alle persone importanti in occasione di certe ricorrenze. Una lettera è un’entità che si colloca nello spaziotempo infinite volte: quando viene scritta, quando viene letta, ogni volta che ne richiamiamo il contenuto, ed in tutti i luoghi in cui queste operazioni si compiono. Quando componevo qualcosa, puntualmente, mi piaceva immaginare il destinatario nell’atto di assimilarla, e figurarmi che essa avesse apportato qualche emozione positiva. Soprattutto però il pezzo mi piace perché descrive un abbraccio viscerale e fortemente sentito che ho spesso sognato.

Fuori di testa, poi, ha un arrangiamento di tutto rispetto: racconta la sensazione a me non sconosciuta del desiderio carnale di ciò che sembra altrui riservato, sentimento che può sorgere nell’assistere a scene di coppia che prendon vita davanti ai tuoi occhi. E poi chi immaginava che un giorno sarei impazzito davvero?

Infine oggi, grazie al suggerimento di Google, mi sono imbattuto in una nuova canzone ballabile e allegra dal titolo Pereppepè. In effetti qualche momento di spensieratezza mi serviva, e queste parole aiutano a figurarsi scene parecchio gradevoli.

I brani nel momento in cui scrivo si trovano su YouTube e Spotify.

Sleep sickness

The first part of this story can be read here in Neapolitan, English, Italian, French, and Spanish.
The Neapolitan and Italian version of this post can be found here.

Francischiello’s mother was really distressed about the state of things: at times her heart started racing or hurting, or in other instances the food stuck in the gullet.
“You gotta eat your salad,” she said once.
“That’s not related, mom. We’re not talking about this.”
“I know, I just didn’t say what I was thinking,” she replied straight back.
“Ok, let’s talk it over breakfast.”
And so when the time came, the two of them started to eat.
“Why don’t you cook some little fennels tomorrow?”
“But you hate them, don’t you?”
“No, mom, now I might like ‘em. I changed my mind, you see? Things evolve!”
“I’m baffled.”
“Yeah, you’re right. But, you see, those who publicly despise them keep ranting behind closed doors about how tasty they are.”
Time wore on and Francischiello’s head kept hurting. On top of that, he felt weary and drained all day long. But when it was time to hit the sack a weird energy kicked in out of nowhere, and he wasn’t sleepy anymore. Not to mention the numerous times he had to drag himself out of bed for his physiological needs.
On the whole though, he was in his right mind in a lucid mood. One morning however his thoughts appeared to be jumbled and deranged and he lost his marbles.
Three hours later he had regained his former self. But something had to change.

 

Osservando gli accadimenti

La razionalità instilla molti dubbi nell’animo dell’uomo: si guarda al passato, si considera il modo in cui siamo fatti, si intuisce quanto certe cose debbano essere ingarbugliate, infine ci si ricorda che ogni cosa ha un effetto: allora quasi non diventa necessario sapere altro per dar luogo al pessimismo.

Il pensiero dominante diventa quindi che siamo esseri imperfetti e spesso egoisti: da esso ogni altra considerazione logica scaturisce. Vale anche per chi, come me, abbia la coscienza estremamente pulita.

Anche perché questa vita in sé stessa dipende dalla fiducia, la quale sembra difficile da accordare quando si richiama alla mente che son tanti quelli propensi ad approfittare di chi si trova in una posizione svantaggiata ed a fare branco.

Poi esiste anche, certo, quel bel cantuccio dentro ciascuno di noi (ma può darsi anche nel mondo) dove alberga ciò ch’è bello ed altruista ed esiste la riconoscenza, il sacrificio, il timido perseguire un’ideale sotto la sferza delle piccinerie e degl’interessi.

In questo tiro alla fune molto dipende da cosa alla fine prevalga. Ma comunque la versione estremizzata, in un senso o nell’altro, di un individuo non è mai la migliore, un po’ come quando in un congegno si sostituiscano troppi ingranaggi.

Perché sì: ci son cose di fronte alle quali io credo ci si dovrebbe fermare.

Dovunque però conduca la strada, sia che porti a bei sentieri baciati dalla verzura lussureggiante, sia che ci guidi verso un abisso divoratore implacabile, pare opportuno essere riconoscenti ogni qual volta ve ne sia motivo.

E forse credere che ci son cose più importanti di sé stessi: quale storia l’umanità infine scriverà su sé medesima è magari una tra loro.

‘O miercurì d”a Maronna ‘o Carmine

Chiove…

Cupa è ‘a campana ‘a chiesa ‘o Carmene ‘stu miercurì d’’e muorte.

Fanghiglia e secatura tutt’’a chiesia,

gente ‘nzeppata fino a sott’’e pporte.

 

E so’ femmene ‘e dint’’o Lavenare,

neguziante ‘e vascio ‘a Cunciaria,

signore aristocratiche, pezziente,

ferrare ‘e Sant’Eligio, marenare,

femmene malamente

d’’o llario d’’e baracche e ‘a Ferrovia.

 

E pe’ ‘mmiez’a ‘sta folla ‘e facce gialle,

scimunite p”e guaie, miserie, schiante,

‘na tanfa ‘e pezzecaglie e de sudore.

 

Guardano tutte quante

‘ncopp’’artare maggiore,

addó, unu mass’’argiento,

mentre s’aspetta ‘a benediziona,

cu ll’organo ca sona,

luce, fra cere e ‘ncienzo, ‘o Sacramento.

 

E trase e ghiesce, ‘a dint’’a sacrestia,

comm’a ffile ‘e furmicule, ata ggente:

e chi se ferma ‘nnanze ‘a scrivania

pe fa’ di’ quacche messa a ‘nu parente

e chi caccia ‘o di’ sorde c’’o libretto

p’’a firma d’’a “ semmana ‘e ll’Abbitino”…

Veco a ‘nu richiamato d’’o Distretto,

cu ‘a lenta a ll’uocchie, ‘e pile janche ‘nfaccia,

cu ‘a mugliera vicino,

cu ‘nu figlio p’’a mano e ‘n’ato ‘mbraccia.

Chi guarda, appesa ‘o muro, ’na giacchetta,

‘na giacchetta ‘e surdato,

c’’o pietto spurtusato

‘a ‘na palla ‘e scuppetta.

E appiso ce sta scritto:

«Carotenuto Alfonzo,

invocando la Vergine, fu sarvo.»

 

Quacche femmina chiagne…’n’ata… E ‘n’ata:

s’è già furmata ‘na prucessiona

‘nnanz’’a Cappella addó sta cunzacrata

‘a Madonna ‘mperzona…

 

Arde ‘a Cappella p’’o calore e ‘e ccere.

Veco ‘sti mmure, attorno, cummigliate

‘e ritratte ‘e surdate:

guardie ‘e finanza, muzze, bersagliere…

e ognuno ‘e lloro tene ‘a sora o ‘a mamma

ch’’a vascio ‘o guarda fisso

e chiagne… e ‘o chiamma…

e dà ‘n’uocchio ‘a Madonna e ‘n’ato a isso.

 

Quanta preghiere! Che scungiure! E quanta

vute, prumesse, lacreme! «Che buò?

(sta dicenno ‘na femmena gravanta

‘nfaccia ‘a Madonna) ‘a vita mia ? t’’a do…

Ma nun me fa’ murì pure a chist’ato

comm’a chill’ati dduie.

Tu t’’o tiene astrignuto ‘o Figlio tuie!

‘E mieie me l’he luvate ‘a sott’’o sciato!

 

«Ogne casa ’nu guaio!» dice ‘na vecchia.

E chell’ata cchiù forte: «Che buò cchiù?

Pe’ vvute e ccere, ‘o bbì: vicino ‘a recchia

manco ‘e ricchine, ‘o bbì: me sto luvanno

‘e scanne ‘a sotto ‘o lietto… Che buò cchiù?»

 

(Chiagneno tutte quante… ’A puverella,

cu ‘a voce cchiù abbrunata,

scaveza, arrampecata

p’’e ggrade addó sta ‘o quadro, arditamente,

mo’ amminaccia ‘a Madonna a tu per tu).

 

«Guardame a mme, cu ttico sto parlanno…»

( ‘E spalle d’’a Cappella

‘a folla ‘e dint’’a chiesia vede… sente…

se move… sta spianno…)

«Cu ttico ll’aggio. Quanno fuie p’’a morte

‘e Giesù Cristo ‘n croce, tu he chiagnuto

‘na vita sana sana

e d’’e llacreme meie nun te ne ‘mporta?

Nun te ne ‘mporta ? ‘Un te ne ‘mporta?…»

(E cu ‘e capille sciuovete, comme ‘a pazza, ha stesa ‘a mano

e ha tuzzuliato ‘nfaccia ‘a lastra santa…)

Ma tutto ‘nzieme ha dato tali strille

c’ha revutata ‘a chiesia tutta quanta:

«Chiagne – alluccava – chiagne! Ll’uocchie ‘nfuse,

‘a lastra è ‘nfosa… ».

«È overo… » «È overo…»  «È overo…»

 

‘Nnanz’a ‘sta mana aperta e cunzacrata,

ca nisciuno ha tuccata, ddoie, tre vvoce confuse

e po’ ciento… e po’ tutte:

«È overo! » «È overo!… »

«Chiagne ’a Madonna… chiagne!… »

(Ernesto Murolo)

 

Questa è una delle mie poesie preferite in lingua napoletana: in essa si racconta di una umanità varia e composita, cenciosa ma di buon cuore, che si raduna in preghiera per chiedere le sospirate grazie e la salvezza dei propri cari.
Tra di loro una madre che ha già perso alcuni figli: il dolore la acceca, ed ella inizia a strepitare in chiesa, minacciando spavaldamente la Madonna ed offrendo la propria vita in cambio della sopravvivenza della prole superstite.
Questo componimento, magistralmente recitato da Pamela Paris, suscita in me alcune considerazioni.
La prima: di fronte a circostanze eccezionali è opportuno e lecito reagire in isprezzo di qualunque consuetudine: la donna in questione, infrangendo il mos silentii e rivolgendosi in modo intemperato ad una divinità, ne è un buon esempio.
La seconda: l’ingiustizia, specie quando si accanisce, priva l’essere umano dell’istinto di autoconservazione. Ed agli altri non è lecito giudicare: la Madonna infatti non si adonta ma comincia a piangere.
L’ultima: la poesia è sicuramente d’ispirazione religiosa, ma a mio avviso la vera protagonista non è né la donna, né la fede del popolino. Torreggia invece su tutto la signora Morte che da sola decide molte cose sul fato degli uomini, talvolta distruggendo, tal altra aiutando.
Già, anche aiutando, come appunto si ricava dalla celeberrima poesia manzoniana: «Ma valida venne una mano dal cielo e in più spirabil aere pietosa il trasportò».

Mi sembrava opportuno sottolinearlo oggi in considerazione della ricorrenza odierna.

Dalida – Mourir sur scène

Continuo a parlarvi delle canzoni che ho maggiormente amato nel corso degli anni, tra cui anche questo brano di Dalida, per vari motivi che mi preparo ad enunciare.
Uno di essi è che sono stato educato ad aver paura della morte, tratteggiata come un giudice severissimo, pronto a sindacare sulle mie più piccole e veniali mancanze. Immaginare che qualcuno affrontasse la fine con indifferenza mi ha sempre trasmesso un messaggio di incoraggiamento.
In secondo luogo: in passato avevo paura del giudizio degli altri ed attribuivo ad esso una eccessiva importanza. Invece la protagonista, almeno a sindacare da ciò che mi figuro, mette a nudo la sua anima davanti ad una vasta platea di persone e non se ne cura.
Oggi penso che questo sia l’atteggiamento più razionale. Ma, attenzione, con un distinguo: bisogna attribuire importanza a ciò che ci viene detto, specialmente quando percepiamo le altrui buone intenzioni, ma non è opportuno sottomettere giammai le proprie convinzioni a quelle degli altri, soprattutto quando riteniamo che il nostro pensiero abbia resistito alla prova del nove del confronto dialogico ed intellettivo.
La terza cosa che mi piace in questo brano sono le parole “sans la moindre peine”. Credo riflettano un desiderio di molti.
Io oggi ho sinceramente un atteggiamento molto meno emotivo rispetto al passato nei confronti del lugubre mietitore. Penso che quando la vita non sia in grado di garantirci alcune cose essenziali possa essere opportuno rinunciarvi: non per disperazione, ma per tremenda scelta logica.
Inoltre questo concetto mi porta a ponderare alcune considerazioni sulla sofferenza ch’è davvero l’elemento di fronte al quale tutti siamo egualmente miseri ed insignificanti: anche se non tutti soffrono atrocemente, chiunque di fronte ad una sofferenza atroce ne soccomberebbe. Il dolore in effetti ha una matrice biochimica, ed ognuno è schiavo della chimica: questo dovrebbe generare in noi uno spirito di fratellanza, rispetto e cooperazione vicendevole, almeno in teoria.
In ogni modo, un giorno in cui quel momento verrà – e, fidatevi, verrà! – se un Dio ultraterreno non dovesse esistere, saremo noi a stabilire il nostro valore su questa terra. E disgraziati, molto disgraziati saranno quelli costretti a condannare sé stessi.
Qualcun altro invece, magari salirà sul palcoscenico con la coscienza pulita: cantando si accommiaterà, domani o tra cent’anni. Si troverà questi in un teatro, luogo di recitazione per antonomasia, ma non starà per nulla fingendo.
Sarà al limite esuberante e soddisfatto per non aver mai voluto scientemente nuocere ad alcuno.

Insegnamenti

Ascoltando i racconti di z. G. ho imparato questo: nella vita bisogna andare avanti finché ce la si fa, senza risparmiarsi.
Bisogna farlo con la coscienza limpida, e al contempo senza covare rancori nei confronti di nessuno, e senza mai credersi superiori.
Quando poi si passa una certa misura è opportuno adunare a sé qualche affetto, lanciare un messaggio di riconoscenza e ringraziamento, e infine cedere alle lusinghe di Sora Morte con la coscienza pulita.
Mi auguro di fare questo un giorno.
Per il momento mi attende ancora un lungo cammino: sono combattivo, ho un buon umore, possiedo la determinazione di percorrere l’intero tragitto.
Ma non posso sapere quanto, in verità, lungo sia: comunque i miei ti voglio bene già li ho detti, ad ogni buon rendere.

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