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A sedici anni (We were sixteen)
Weltaschauung
A list of songs

Mi chiedevano cosa io intenda per “agire moralmente”. Rispondere adeguatamente è arduo, sia per la complessità del quesito, sia perché non ritengo ora di essere in possesso di ogni mia consueta abilità. Tuttavia mi vengono in mente questi precetti a cui mi sono sempre ispirato:
1. Minimizzare il dolore inferto agli altri
2. Interferire il meno possibile con le loro scelte e domandare, tutte le volte che si può, il loro consenso
3. Utilizzare empatia (trattare, tutte le volte che si può, gli altri come essi vorrebbero essere trattati)
4. Guardare agli interessi della collettività piuttosto che al proprio personale saldaconto
5. Ricordarsi dell’eguaglianza ontologica degli esseri cosiddetti umani

Si cambia: spontaneamente o meno, si cambia, come risultato di ciò che ci accade. Si cambia: nella personalità, nelle azioni, nelle valutazioni che il cervello compie riguardo a quale sia il miglior modo di agire.
Gl’ideali di fondo, però, il leitmotiv dell’anima se vogliamo, si modificano con maggiore difficoltà. Subiscono pur sempre ammaccature e correzioni di vario genere: è vero. Ma è difficile divenire l’opposto di sé stessi, ed io immeritoriamente ho ricevuto alla nascita il privilegio, concesso a pochi, di un’ottima coscienza.

Dappertutto si osserva un attaccamento ai soldi. Non dimentichiamo che il principale fascino del denaro è spenderlo esattamente come vogliamo.
Similmente il potere ci lusinga poiché consente di tradurre in azioni i nostri autentici desideri.
Tuttavia non dobbiamo tralasciare che questi due benefici dipendono dallo stato in cui versa la nostra società e, in un mondo molto lontano dalla perfezione, non potrebbero essere garantiti se non farsescamente.

Avevo appena imparato a parlare. Ero un bambino sulla battigia che scrutava perplesso l’immensità. Senza sapere perché mi lasciai uscire dalla bocca: «Ma si può scopare il mare?». Prendere una scopa e cacciar via tutta l’acqua, insomma.
Questa cosa che dissi da gnorri fece sorridere gli astanti. Ci pensavo in questi giorni quando mi chiedevo se si possano risolvere problemi importanti nell’intimità di un ambiente protetto, condannandosi o assolvendosi da soli. O se forse è un po’ come volere scopare il mare.

Quando penso all’umanità che — spesso — mi sembra voglia abdicare a troppe caratteristiche umane, mi viene sempre in mente Paperino che smontava la sua auto e, al momento di ricomporla, gli avanzava qualche pezzo (in genere era lo spinterogeno). Così finiva con il concludere che dopotutto non fosse necessario.

Immaginate di andare al cinema. Son convinto che resterete in sala fino all’ultimo minuto, «per vedere come va a finire».
Bene. Similmente mi trovo io, in una condizione di attesa di cose indispensabili che mancano: un po’ di figa, qualche libro, un cazzo in piena forma nascosto tra i pantaloni. E desidero osservarne gli sviluppi. Poi forse avrà più senso fare una passeggiata.
Quando fai un giro, in fin dei conti, non sai mai come a va a finire. Magari la strada ti viene a noia sùbito, magari prosegui ad esplorare, oppure ancora ti trattieni a lungo, troppo a lungo, senza sapere quando tornerai.
Voi però aspettatemi.

Mi hanno ripetuto spesso, nell’infanzia, che i soldi erano lo sterco del diavolo.
Credevo che esagerassero, ma oggi ho cognizione del fatto che, pur essendo necessari, essi possono essere apportatori di ingiustizie tremende. Oggi nella mia mente essi si trovano agli antipodi della libertà di essere sé stessi, e mi auguro, sia pure senza crederci troppo, che l’umanità scelga di preservare sé stessa e non le sue ricchezze.

In medicina si parla di effetti iatrogeni, cioè provocati dai farmaci stessi. Ne so qualcosa perché di farmaci per costrizione ne ho presi tanti. È un po’ come dire che la domestica, quando pulisce, a momenti alterni sporca la casa perché è inevitabile.
Ma pare che funzioni così. Lo dico per indicare il rapporto conflittuale che conservo con i medici, pur essendo io enormemente attratto dalla medicina come disciplina.
È solo che a volte essi portano sfiga. Come effetto iatrogeno. Un po’ come quel dottore che mi guardò fisso fisso negli occhi e sentenziò con sicumera:
— Non hai un cazzo, anzi un cazzo ce l’hai e funziona ottimamente.
Ora che lavora sotto standard, dopo anni di tenerezze forzate, sono portato a pensare sia stata una sorta di profezia nefasta ispirata da forze misteriose.
Ma cosa dire di quegli altri adepti di Ippocrate che m’hanno sempre ripetuto:
— Hai un supercuore, veramente, è una cosa eccezionale!
Dato che diverse carezze al petto le ho ricevute, mi auguro che questi altri medici siano stati forieri di più liete novelle.

Mi piace paragonare il corpo umano ad un computer programmato da Madre Natura. Infatti, così come quando siamo davanti ad uno schermo possiamo scegliere se desideriamo un desktop bianco o nero, parimenti il Caso sceglie per noi se dobbiamo avere labbra doppie o sottili, barba squadrata o irregolare, e via dicendo.
Queste caratteristiche poi si possono anche alterare per la strada. Ad esempio per sei anni ho fumato tabacco come e quando mi pareva, poi qualcosa è cambiato dentro me ed ho iniziato a desiderarlo più spesso. Od anche: avevo delle sopracciglia perfettamente levigate, poi il loro profilo è peggiorato.
Due esseri umani con caratteristiche dissimili non appartengono inderogabilmente ad una specie diversa, ma hanno semplicemente una programmazione differente. Prendiamocela, ovviamente, con la fortuità che non si fa i casi suoi. O a voler far meglio: impariamo la fratellanza fra gli identici.

Mi hanno accusato, qualche volta, di misoginia. Non è assolutamente vero, almeno da un punto di vista teorico: la mia è piuttosto la reazione di chi si vede rubare la polpetta dal piatto e bofonchia con rabbia, con molta rabbia: «Prendila pure, tanto a me non piace!».
Sono convinto che le donne abbiano molte qualità di cui gli uomini sono carenti, come — se vogliamo dirne qualcuna — diplomazia, amore, attaccamento, spirito di sacrificio. Il problema si trova nel fatto che il mio immaginario erotico è eccitato dai maschi, ed oggi, a differenza di un ieri molto remoto, immagino sempre un ragazzo a fianco a me in certi momenti.
Devo tuttavia riconoscere, se volete che vi strappi un sorriso, che tra due individui che biascicano salaci e caustici improperi contro la mia persona purtroppo rischierei di sopportare meglio l’uomo, confidando di fargliela pagare a letto.

Immaginiamo di camminare di notte in una foresta abitata da predatori selvaggi che sguazzano liberamente nell’oscurità: al mattino dopo saremo ancora sani? saremo ancora salvi?
Potrebbe anche darsi, ma i rischi córsi sarebbero grandi ed è più probabile che ci accada qualcosa di brutto. Se gli uomini dunque si comportassero come bestie la situazione dell’esistere non sarebbe dissimile.
Ciascuno allora, ad eccezione di chi preferisce raccontarsi rassicuranti bugie, preso atto dello stato delle cose, dovrebbe domandarsi fino a che punto vuole affidarsi all’azzardo. Oppure si dovrebbe migliorare la natura umana e mettere in essere migliori meccanismi di protezione.

È vero: non sono per niente in ansia. Anche se non posso ancora dedicarmi ai miei benamati libri non me ne preoccupo più di tanto. Ed anzi dirò di più: se dovessi andare al patibolo mi ci recherei con la coscienza tranquilla, senza alcun rimescolìo nelle interiora. Però poi filosoficamente mi chiedo: sarebbe la scelta giusta, oppure forse la trepidazione ha anche una funzione positiva, quella cioè di ostacolarci il compimento di passi azzardati?

Quando parliamo di imperfezioni caratteriali di un individuo, nessuno ne è immune. Però paradossalmente i peggiori son spesso quelli che meritano un’assoluzione piena poiché la loro personalità è stata forgiata in séguito ad esperienze che essi non avrebbero in primo luogo dovuto vivere

Mi chiedevano quale sia il mio pensiero metafisico. Credo in io. Non per una vacua forma di esaltazione del Sé, ma sulla base di una lunga conoscenza del mio animo, il quale non ha mai volontariamente danneggiato nessuno. Credo poco nell’umanità contemporanea, fino a prova contraria. E infine ammiro mio zio, che negli appunti si definiva «saggio scrittore americano» e mi considerava affine a lui.

Immaginiamo due automobili. Sono entrambe due Citroen C3, tanto per citare un modello che mi piace. Sono entrambi identiche. Una è stata tenuta con i massimi riguardi. L’altra, con intenzione e con dolo, ha ricevuto un trattamento pregiudizievole: l’hanno danneggiata in tutti i modi e le hanno fatto fare tutte le esperienze che una macchina normale non farebbe mai.
Ovviamente oggi presentano alcuni profili di differenza, nel comportamento e nell’aspetto. Molte persone però sono così stupide da pensare che si tratti di autovetture diverse. Così è giudicare ciò che non si conosce abbastanza.

Ci sono temi che suscitano qualche perplessità etica, ad esempio a quale età un essere umano sia in grado di prestare il proprio consenso per qualcosa che gli chiediamo, ad esempio di aiutare nel lavoro.
L’argomento non può essere liquidato in poche righe. Bisogna tener presente, a mio avviso, che:
1) i bambini continuamente prendono decisioni ben informate (vuoi la merendina o vuoi il dolcetto?)
2) bisognerebbe rispettare l’individualità del singolo in quanto essere unico
3) ciascun àmbito richiede una risposta diversa e considerazioni differenti
4) in caso di controversie è l’interesse del minore e non dell’adulto a prevalere.

La parola “dialogo” ha un etimo bellissimo: contiene in sé il “logos”, che significa “parola” ma anche “ragione”, e il “dia”, che vuol dire “per mezzo, attraverso”. Idealmente si può immaginare la razionalità che trasmigra da un’anima all’altra, in una sorta di metempsicosi del giusto e del bello.
Ma in questo mondo diventa più che altro un’occasione per sopraffare l’avversario e convincerlo dell’assurdità delle proprie tesi.
Io sono disponibile al dialogo nel primo senso del termine, non nel secondo.

Paracelso scriveva che tutto può essere nocivo ed essenzialmente solo la dose stabilisce gli effetti definitivi.
Bisogna dunque porre attenzione al modo in cui qualcosa viene eseguito, utilizzato o adoperato. Può dunque esistere anche un profitto che sia conforme all’etica, oppure un modo consensuale ed informato di delegare agli altri alcuni attributi normalmente imprescindibili.
Cambiando il punto di vista, un’altra conseguenza di questa postulazione è che financo un trattamento benevolo, quando protratto troppo a lungo, può tramutarsi in formidabile stillicidio.

Vi spiego i mali del nostro pianeta. Una certa parte dell’umanità non possiede a sufficienza alcune caratteristiche positive. Non ha colpa per questo motivo, perché ognuno è come è. Sta di fatto però che non possedendole non è nemmeno in grado di operare per gli interessi di sé stessa. Al limite può immaginare di soddisfare il proprio tornaconto, ma valuterà in maniera erronea quale esso sia.
Infatti gli esseri “umani” si trovano tutti sulla stessa barca. Pensare di danneggiarne profondamente alcuni vale in ultima analisi come danneggiare sé stessi. Anche perché chi non ha difficoltà a fare del male ai nemici, generalmente non avrà scrupolo — se le circostanze fossero adeguate — ad andare contro i suoi stessi amici.
Il risultato è quello che conosciamo, quello che è già stato raggiunto tempo fa: un mondo dove le certezze non esistono. L’illusione di averne sì.

Da bambino mi innamorai della canzone “Imagine” di John Lennon. È la rappresentazione di un’utopia, d’accordo, ma, mentre continuavano a ripeterci che i sogni bisogna lasciarli stare, abbiamo nel frattempo creato un mondo distopico.
C’è una parte di me, invece, che continua a sognare che, almeno in parte, gli esseri umani possano iniziare a collaborare gli uni con gli altri a beneficio di tutti. Visto l’andazzo, non credo che assisterò mai al dispiegarsi del paradiso in terra. Eppure, i mezzi scientifici per ottenerlo non ci mancano: basterebbe lavorare in positivo sulla natura cosiddetta umana.

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