!!! STORIA DI UNA PAZZA

1.

“Je ne veux pas end up in an asylum, os ruego, bitte”.
Queste esatte parole sgorgarono dalla bocca di Jacqueline. Il suo delirio era multilinguistico: pensava in lingue diverse e le sue abilità linguistiche variavano continuamente da un giorno all’altro.
Nessun dottore aveva trovato una spiegazione plausibile a questo dono delle lingue un po’ anticonvenzionale, alternato a momenti pieni di impaccio in cui spiccicava poche sillabe confuse. Si trattava chiaramente di una mistificazione della sua mente malata.
La salute d’altronde era peggiorata da quando ella era rimasta senza suo marito Jerome, suo compagno fedele di tutta la vita. Ma come aveva fatto a farlo innamorare lei che di fascinoso aveva soltanto una follia incontenibile ma talvolta affettuosa perché, nonostante la mente l’avesse abbandonata, serbava nel cuore molte emozioni.
“Il cervello, il cervello” – ripeteva lei, e non si sapeva bene a cosa alludesse.
La salute di Jerome, prima che questi passasse a nuova vita, era degenerata: aveva perso la capacità di leggere un libro o ascoltare la radio ricordando cosa venisse detto, quella di guardare un film, quella di eccitarsi sessualmente quando osservava qualcosa di intrigante, ed ancora tante altre.
Ma la coppia – lei folle, lui sempre più malato – era rimasta legata fino alla fine.
Quando ella era rimasta vedova, però, i deliri erano divenuti insostenibili: tra i tanti – tutti assurdi – quelli di un chip impiantato nel corpo in grado di influenzare i pensieri, le decisioni, gli umori, i gusti e pressoché ogni cosa della vita di una persona, senza che questi potesse scientemente accorgersene, di modo da ridurla ad un burattino in preda all’altrui volontà.

2.

Jacqueline aveva creato questa folle teoria nella sua mente osservando tra l’altro le variazioni umorali che caratterizzavano il suo comportamento.
La psicosi notoriamente può causare distimia, ma questa spiegazione era irrazionalmente ributtata dalla sua mente malata.
Per questa ragione ella non aveva trovato altro modo di spiegarsi perché alternasse momenti di incupimento ad altri, più gradevoli, di spensieratezza.
Il problema, però, era che ora l’incupimento tendeva a presentarsi sempre più di frequente, e quando ciò avveniva la povera donna prendeva a farsi del male. Ingeriva cioè continuamente e ripetutamente piccole quantità di veleno, nella speranza – un giorno – di trovare l’abbrivio per compiere l’estremo gesto, quello che l’avrebbe condotta al trapasso.
Poi si pentiva e cercava di tranquilizzarsi, facendo discorsi tra sé in una lingua straniera di sua conoscenza, ma non riusciva a parlarla sufficientemente bene. E difatti il linguaggio, come sapete, può essere profondamente turbato nella patologia bluereniana con fenomeni come l’ecolalia, l’insalata di parole o la dissociazione semantica.
Anche questo tuttavia le sfuggiva e, accorgendosi di non saper più parlare a dovere, la derelitta tornava a blaterare del chip.

3.

Il delirio del chip, all’inizio, era un semplice pensiero bislacco che si presentava saltuariamente, e la povera Jacqueline cercava di mandarlo via .
Ma poi s’era ingrandito sempre più fino a moltiplicarsi: non uno, ma dieci, cento, centomila chip potevano esistere, dovunque un nervo comunicasse con il cervello ed in altre parti dell’organismo altrettanto, se lo scopo era influire su altri organi, altre funzioni corporee, o eseguire altre azioni.
Che fortuna che Jerome fosse passato a miglior vita quando la malattia divenne così grave e questo pensiero malato ossessivo ed onnipresente.
“Devo salvare il mondo”, si ripeteva la poverina, e nessuno poteva smorzarle l’ardore della follia.
Almeno, fino alla morte del povero marito, la donna si era ogni tanto svagata facendo l’amore, ma ora anche questo le era precluso.
E, di giorno in giorno, la follia prendeva nuovi connotati: il delirio si trasformava sempre, di momento in momento, ed ella credeva di perdere e riacquistare abilità o attitudini o altre caratteristiche, e questo le ricordava la novella di Mastro Acconcia-e-guasta di cui scriveva Luigi Capuana.
“Forse”, fantasticava, “c’entrano anche il DNA e le sue mutazioni”.
Il suo psichiatra, però, si era stancato di queste baggianate e non voleva più nemmeno sentirle: si limitava ad aumentare la dose dell’antipsicotico e via, ma la sventurata, nonostante la sedazione, rimaneva tetragona nel dar credito ai pensieri malati che covava in capo.
Tuttavia è possibile che avesse ragione in una cosa sola: non ci si può fidare completamente di nessuno, talvolta neanche della propria mente.

4.

Jacqueline era arrivata sul punto del suicidio.
L’unica cosa che la tratteneva era che, non si sa perché, si sentiva sempre insensibile a tutto, come se nulla le importasse più davvero, come se non potesse più avvertire nessuna sensazione di paura. Già, aveva perso la paura.
Ma la cosa peggiore, delirava, era che nella sua mente diceva di non possedere più (quasi?) nessuna volontà: si sentiva, insomma, come una bambolina manovrata da dieci, mille, cento chip che le inserivano i pensieri nel cervello, che decidevano come dovesse agire, quali fossero le emozioni che dovesse sentire, quali movimenti dovesse compiere.
Ai suoi occhi si vedeva alla stregua di un burattino e questo pensiero le era insopportabile: a che vale la mia vita, ragionava con sé stessa, se non sono la padrona del mio corpo e qualcun altro decide al posto mio come devo agire, cosa devo fare, cosa devo sentire?
E poi rifletteva su questi fantomatici chip (quanti erano?) che ovviamente esistevano solo nella sua mente affetta da questa grave forma di schizofrenia. Come posso essere sicura, si domandava, che, anche se un giorno mi venissero estratti, questa estrazione avverrà davvero, oppure non resterà ancora qualcosa nel mio corpo che fara sì che, nonostante la vita disgraziata e miserevole che ho condotto finora, infestata da ogni sorta di sventure, io continui ad essere uno zombie per tutto il resto della mia esistenza, e quindi ad essere priva di una volontà autonoma?
Dopotutto, le manipolazioni, quando sono subdole e surrettizie  – si era convinta – divengono pressoché impercettibili e nessuno potrebbe accorgersene, neanche l’autorità più importante che esista poiché ognuno, in fin dei conti, deve per forza di cosa fare affidamento su qualcun altro e non può fare tutto da solo.
Era questo pensiero, quello cioè di non poter disporre liberamente del suo corpo e del suo cervello, che, più di ogni altro, le era insopportabile.
Lo sarebbe stato per chiunque, ovviamente; ma chiunque si sarebbe accorto di come esso fosse completamente folle e non trovasse alcun fondamento nella realtà.
E poi vi erano tutti i deliri che riguardavano il funzionamento del suo corpo: tutte le abilità che diceva di aver perso, come quelle della lettura e della concentrazione, o come ad esempio la sua bravura nel discorrere in una lingua straniera, le sue capacità oratorie e tante, tante altre.
Ed allora il suo pensiero andava al marito Jerome, non più in vita, e la sventurata si ricordava di non poter più nemmeno fare l’amore.

5.

Jacqueline giunse nei pressi di una ripida scogliera con ogni intenzione di farla finita.
Guardò il mare che si stagliava di fronte a lei e si sentì attratta da una forza inesplicabile che la spingeva a buttarvisi e porre fine ad ogni sofferenza.
Ma poi la mente le si affollò di scrupoli: “hai ancora una missione da compiere”, le diceva la vocina della sua malattia.
Sentite queste parole, cominciò ad interrogarsi sul miglior modo di agire.
“Ascolta” – la voce continuò, mentr’ella immobile era ostaggio del suo corpo malato.
“L’umanità ha sofferto pene indicibili e queste pene rischiano di continuare. Tante persone hanno perso la vita in séguito a svariate malattie inesistenti, e c’è bisogno di porre un freno alla sofferenza di tutti. Senza contare che certa conoscenza, se condivisa, finirebbe per andare a beneficio di ognuno, e quindi l’umanità intera ne trarrebbe profitto”.
Il delirio era cogente, così Jacqueline ristette.
Ma per fortuna quel pensiero malato, paradossalmente, era lì per aiutarla: infatti, dando ascolto alla sua follia non lucida, cambiò direzione al suo cammino e si avviò nuovamente verso casa.

6.

Jacqueline ritornò a casa.
Ma la paranoia prese di nuovo possesso di lei: il delirio, come si sa, è un’entità variabile che prende sempre nuove forme.
E quella sera la povera donna iniziò ad interrogarsi sulla possibilità di essere affetta dall’AIDS.
“L’ultima volta che mi hanno iniettato l’antipsicotico”, diceva, “mi hanno cacciato dalla stanza con modi bruschi durante la preparazione del depot”.
A questo, la vocina nella sua mente, ancora più delirante di lei, rispondeva:
“Scema, scema”, in tono cantilenante, “tu sei immune”.
Ed ella imperterrita andava avanti:
“Immune? Ma se non fosse vero e volessero mettere a tacere questa tortura di un’innocente con del vile denaro? E se poi fossi costretta a curarmi tutta la vita?”.
La poverina aveva perduto ogni certezza e sprofondava sempre più in quell’abisso.
“Magari possono attivare e disattivare certe regioni del mio cervello”, diceva. “Ma se ce ne fossero altre distrutte permanentemente? Ad esempio non ho mai saputo disegnare”.
E poi non contenta si interrogava:
“Ed il mio cuore? Come sta il mio cuore con tutti i dolori che ho avvertito?”
Insomma, era ormai prossima ad un TSO, anche se non si rendeva minimamente conto delle sue condizioni: “assenza di insight di malattia”, dicevano.
E qualche medico l’avrebbe bollata come anosognosica.

7.

La paranoia di Jacqueline era inarrestabile: ultimamente, oltre a credere di avere tutte le malattie del mondo, aveva iniziato anche a soffrire di un delirio di inserzione del pensiero, sintomo classico della malattia schizofrenica.
Si era accorta (o credeva d’essersi accorta, per meglio dire) di pronunciare parole che non intendeva assolutamente profferire.
La sintomatologia era così grave che, addirittura, riteneva che anche i suoi movimenti potessero essere influenzati: l’esempio folle che portava a dimostrazione di ciò era un calcio alla ringhiera che le era scappato, causandole grande dolore, senza che ovviamente intendesse darlo.
Il culmine di questa ideazione delirante era il seguente: dopo una vita trascorsa assieme a Jerome, profondamente e naturalmente innamorata di lui, ora iniziava a fantasticare sulle donne, cosa che in tutta la sua vita non le era mai successa.
Non solo questo, ma anche i suoi gusti in tema di uomini si erano trasformati.
Quale spiegazione si celava dietro questi mutamenti? Non era certamente necessario guardare lontano: una malattia così invalidante che colpisce il cervello può avere formidabili conseguenze.

8.

In séguito alle trasformazioni dei suoi gusti in tema di uomini e di donne, Jacqueline ora aveva intenzione di condurre una vita sessuale sfrenata.
Questo è un sintomo tipico della patologia schizofrenica, in cui la sessualità subisce delle alterazioni e talvolta inizia ad essere vissuta in maniera promiscua.
Il problema è che il sesso comporta sempre dei rischi, ed al contempo presuppone una certa fiducia nel partner o nel dottore.
Noi esseri umani mentalmente sani non abbiamo nessun dubbio sul fatto che esista tanto altruismo in questo mondo e ci si possa vicendevolmente fidare l’uno dell’altro, perciò non penseremmo mai che il potere possa corrompere le persone, salvo – beninteso – in rarissimi casi.
Ma la povera donna, da paranoica qual era, continuava a ripetere tra sé:
– Homo homini lupus.
Concludeva, insomma, che quando le cose si svolgono in maniera non limpida tutto è possibile.
Al contempo, il suo desiderio sessuale era talmente incontenibile che aveva quasi deciso di ignorare ogni cautela e prendere parte ad una grande orgia.
Ma il destino, misero e beffardo, stava per metterci lo zampino e far sì che vi fossero effettivamente delle persone infette (quante non saprei dirlo) e che quindi il suo timore più grande, dettato dalla malattia, si trasformasse in una atroce realtà, per lei e per tanti altri (Per colpa di chi? Ecco! Non era l’iniezione del farmaco, visto?)
Però, magari, avrebbe scelto di restare a casa e ricordare il passato.

Già, il passato. Molto tempo era trascorso da quando chiunque l’avrebbe definita una semplice bambina impertinente.
Tuttavia, anche la sua infanzia ora si sgretolava sotto il peso di falsi ricordi che corrompevano il suo vissuto. Tra questi, quello di un’anestesia totale subita in giovanissima età, senza che le venisse spiegato nulla.
Quel tempo, comunque, era lontano: ora si doveva scegliere quali istinti assecondare e quali rinnegare, e tener in conto le ripercussioni di ciò sul destino degli altri.
Ma la decisione purtroppo era stata affidata ad una mente profondamente malata e turbata, e ciò avrebbe potuto arrecare a tutti gravi conseguenze.

9.

“Ci vuole il tempo che ci vuole. Ma se qualche mia abilità oppure organo vitale devono essere irrimediabilmente compromessi, questa vita per me finirà irrevocabilmente”.
Queste furono le deliranti parole di Jacqueline quando la malattia era avanzata così tanto che non c’era possibilità di guarigione.
Nonostante una volta ella fosse stata una donna intelligente, ora aveva disimparato a fare tante cose, come se il suo cervello si fosse frantumato in pezzi. Ed era come se tanti organi del suo corpo sentissero lo stress di abitare in un corpo profondamente malato e danneggiato.
“Senza mia colpa alcuna, senza aver mai scelto niente né commesso alcunché di sbagliato” – disse – “quando mi sono resa conto della situazione, con quel poco di volontà che forse mi restava, ho provato a fare del mio meglio per liberare l’umanità perché avrebbe significato liberare anche me stessa. Ma ora, anche se la libertà e la salute sono più importanti della vita, mi rendo conto che forse potrei rinunciare e forse il mondo non è pronto ad essere libero”.
Si avvicinò al balcone e fece qualche passo in avanti.
Il tempo sarebbe continuato a scorrere, con o senza di lei. Se fosse venuto il giorno oppure la notte, in quel caso, non sarebbe più stato un affare che l’avrebbe riguardata.