Varie ed eventuali

Un po’ di sfoghi mattutini:

  • Uno fa tanto per tenersi in forma e poi la mia odiatissima colite, quando decide di intervenire, mi fa sentire gonfissimo. Che due palle.
  • Ti senti vecchio quando hai proposto ad un ventenne di accompagnarlo a ballare e lui ha accolto con giubilo e tanto entusiasmo. Tu, invece, manchi da anni dalle serate frocie, però inizi a pensare: il traffico, il parcheggio, lo sbattimento, il sonno, e se stessi a casa? Uff. Devo decidermi.
  • Mi sento sereno ma, come sempre, mi accompagna una punta di inquietudine e diversi interrogativi non risolti.
    Però, no: mi rompo di dar loro retta.
    Via le malinconie, via tutto. Ho solo voglia di stare bene e di chi mi faccia stare bene.

Palestra nuova

Ritorno ora da un bell’allenamento in una palestra che non è la mia solita: mi sono abbastanza scassato, come suolsi dire, e credo avrò un bel po’ di doms.

Comunque, chi avrebbe mai detto che avrei sentito la mancanza di Mario, con le sue comicissime turbe omofobe e le descrizioni accurate delle torture che soleva infliggere agli animali. Così, tra una serie e l’altra.

In questa struttura, invece, ero essenzialmente abbandonato a me stesso, ma poco male. Certo, se dovessi frequentarla a lungo un trainer mi servirebbe, però, per un po’ di tempo, posso sperimentare a modo mio.

Ecco: alcune macchine facevano un po’ cagare, ma in compenso c’era un vasto assortimento di manubri, il che è stata una gradevole sorpresa. Ero abituato ad una marca diversa, ma anche questi non sono male: se non altro, li trovo più coreografici poiché impiegano un maggior numero di dischi a parità di peso.

Devo dire, comunque, che la serata è stata rischiarata da un ragazzo molto caruccio che mi osservava con ammirazione mentre eseguivo qualche arnold press: ogni tanto stornava lo sguardo, intimidito, e si sforzava di osservare i cristalli liquidi dello schermo che sovrastava le panche.

Ma bellino, non farti problemi: ci arriverai anche tu al mio carico, se ti alleni. E soprattutto, l’unica cosa che con me è importante alzare secondo me saresti perfettamente in grado di tenerla sollevata.

Would you like to try?

Doppio standard

Per sbaglio, ieri sono entrato in una chat etero di incontri.
Nel sito che frequento è proprio accanto a quella gaia. Perciò, ignaro della cosa, ho scritto il mio annuncio:

C’è un ragazzo da conoscere e magari coccolare un po’?

Mi si sono aperte circa quaranta finestre private, si stava bloccando tutto: erano, ovviamente, eterazzi che immaginavano io fossi una bella gnocca.

Ora, quando faccio la stessa cosa in chat omosex, non succede tutto questo casino.
Certo, volendo mi basterebbe nominare pompini, trombate e muscoli nella stessa frase che l’effetto sarebbe lo stesso.

Ma una conoscenza e due (eventuali) coccole se le filano in pochissimi.

Invece, per i poveri compagni etero, la figa scarseggia così tanto che anche un annuncio come questo, che effettivamente non promette nulla (perché tutto è ipotetico), viene letteralmente preso d’assalto.

Boh. Non credo di essere contento, in verità.

L’epopea di Gilgamesh

L’epopea di Gilgamesh risale a circa 4500 anni fa: è la prima opera letteraria giunta a noi, incisa in caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla che rimontano al periodo dei Sumeri.

Anche se la vicenda è stata spesso inquadrata sott’altra luce, si tratta di una delle più belle storie omoaffettive esistenti, tra l’altro la più antica che ci è stata tramandata.

Ve ne racconto, con parole mie, gli aspetti che più rilevano a questo riguardo.

Gilgamesh era un re, Enkidu un gigante.

Il monarca ricevette un giorno una profezia da sua madre, una sacerdotessa: avrebbe incontrato «un compagno forzuto, che aiuterà un amico nel bisogno […] quando lo vedrai sarai felice, lo amerai come una donna e non ti abbandonerà mai».
Anche l’altro ascolta una predizione simile: ti imbatterai in un re e lo guarderai con stupore; «vedrai quant’è bello, quant’è virile, quanto sarà palpitante di possanza erotica».

Il loro primo incontro è una lotta furiosa e selvaggia, ma termina con un abbraccio conciliatore.

Nel corso del poema, Gilgamesh rifiuta di sposare Ishtar, dea dell’amore e dell’abbondanza. Lei si innervosisce e scatena contro i due il toro del paradiso.

Enkidu – che è un gigante – ha la meglio e praticamente le esprime il suo disprezzo gettandole in faccia una coscia (eufemismo per indicare il pene, a quanto si dice) del toro appena macellato.

Però gli dèi si arrabbiano per questa sfrontatezza: Enkidu è punito con una malattia funesta.
E mentre sta per morire, piange il suo amato amico, lo chiama «l’acqua della vita», quindi spira.

Gilgamesh veglia il corpo per sette giorni e sette notti, poi lo prepara per la sepoltura «come si vestirebbe una sposa»: alla fine ordina che una statua di preziosi metalli sia scolpita secondo le sembianze del defunto.

A quel punto, parte alla ricerca (inutile) del segreto della vita eterna e della giovinezza perpetua. In viaggio confesserà a tutti: dacché Enkidu non c’è più, la mia vita non vale niente.

Queste sono le vicende. Qualcuno ha obiettato che non è mai descritto un rapporto sessuale tra loro, perciò si tratta di una amicizia.

Inviti orgiastici

Ieri, tra gli eventi del mio Facebook, ne era comparso uno che si chiamava “Orgia anomala”.

Oggi è stato rimosso, ma mi faceva sorridere. Immaginavo se avessi cliccato “Parteciperò” e mi figuravo la faccia di coloro che avessero letto la notizia sulla mia bacheca, assieme a post di ogni genere.

Ancora più eloquenti, poi, i commenti di quella pagina.

Che alla fine qualcuno mi deve spiegare perché diamine i gay siano così ossessionati dal sesso anale. Io vorrei sbloccarmi, non so, ma non riesco ad immaginarlo al di fuori di una relazione.

Ho ricevuto molte proposte ultimamente e ammetto che alcune mi tentano, però, al momento decisivo, mi blocco sempre. D’altra parte, sono più di quattro anni (!) che non provo certe emozioni, mica posso diventare vecchio frattanto che aspetto un ragazzo?

E confesso pure che l’idea di scambiare effusioni ed altro con più persone assieme mi eccita molto, anche perché l’unica esperienza che in un qualche modo gli somigliava è stata una mezza schifezza.

Anche è vero sicuramente che certi ambienti ti svuotano: sono squallidi e pericolosi.
E forse è meglio abbandonare le fantasie e tornare a fare qualche conoscenza più seria.
Però, come sempre, la materia prima scarseggia.

Brutti ricordi e flussi mentali

Sono sdraiato sul letto, con il portatile sull’addome, e penso.
L’intelletto mi bombarda con milioni di flash del passato e del presente: è una moltitudine di scene, qualcuna senz’altro futura.
A molte non ho mai assistito ma le immagino sempre con nitidezza di particolari; le sento reali, come se le avessi vissute tutte.

Come sono strane queste cose: chissà perché ho determinate certezze, chissà da dove mi deriva la sensazione di conoscere cose che non so, e perché a volte è doloroso.

Passavo ieri davanti ai grattacieli che Napoli ospita: ricordavo di Amerigo e del calore della sua mano che stringevo in quei luoghi.

Poi tornavo a spingermi a ritroso nel tempo, al periodo più brutto della mia vita, quando avevo appena smesso di essere un bambino.

Allora mi sentivo solo e triste, credevo sarei morto presto.
L’intelletto si era offuscato, la razionalità sottomessa: mi vedevo prigioniero di un qualcosa più grande di me che mi dava ordini dall’interno del mio corpo, lo chiamavo il codice. Ho letto di un qualcosa di simile solo nel diario di una schizofrenica, trovato in libreria.
Forse era solo una tremenda depressione, mista ad un forte esaurimento nervoso.
Quando sono giù, ricordo di cosa è stato quel periodo e di come mi sia rialzato completamente da solo, nonostante l’età acerbissima: allora mi sento sempre sereno e propositivo.

Anche ora, in fondo, sono tranquillo, nonostante continui a scorgere alcuni flash davanti agli occhi. Forse sono illusioni.

Perché la mente ancora si attarda a percorrere certi sentieri?

Mi guardo pigiare questi tasti, ne avverto il rumore che fa breccia nell’atmosfera.
Penso ai miei affetti, sospiro, trattengo l’aria, vado avanti a riflettere.

Deliri linguistici

Il guaio di avere una passione per tutto ciò che è grammatica, linguistica e affini è che non puoi manco scrivere la più banale delle cose che il tuo cervello inizia a correggerti e suggerirti migliorie.
Per esempio: fare gli auguri.

Tanti auguri è una frase comune, trita, scontata. Molti auguri invece sa di burocratico. Tantissimi auguri  diventa iperbolico e quindi rischia di essere tacciato come insincero.
Auguri, sic et simpliciter, va già meglio – ma è impersonale. Si potrebbe dire Auguri e poi il nome.
Ma il nome avrebbe funzione vocativa, quindi ci va la virgola prima: Auguri, Carlo.
Qui il punto fermo ci sta proprio bene. Però, con la pletora di esclamativi che la gente ci infila, a mo’ di coda, non sarà letto come un qualcosa di piatto e poco enfatico?
Ma Auguri, Carlo! mi sembra bruttino.
Questo perché le frasi esclamative hanno una intonazione discendente, i vocativi invece richiedono una intonazione ascendente sul nome che invocano.
Se io metto un vocativo al termine di una frase esclamativa quale sarà mai l’intonazione giusta?

Carlo, auguri!  non sarebbe malaccio, però così l’attenzione si concentrerebbe più sul nome che sugli auguri. E non va bene.
Allora scriviamo: Auguri, Carlo :)
Ecco, l’emoticon ci ha salvato la pelle.

Ora di corsa a prendere il farmaco per ripristinare un minimo di salute mentale.

Ralph McTell – Streets of London

Una canzone molto dolce: da ascoltare a notte fonda, quando le strade sono abbandonate e l’automobile, propulsa da vita propria, ancora si trattiene a percorrerle, senza una mèta né una compagnia.
Dal finestrino, ogni tanto, si osserva qualche passante mezzo infagottato nell’oscurità.

Potrebbe dirsi un brano triste, invece lo trovo in qualche modo incoraggiante.
Perché mi ricorda che, dentro di noi, tutti portiamo le nostre solitudini, i rimpianti, le persone care, il carico delle scelte fatte e degli sbagli commessi.

E, se un qualcosa ci accomuna, se ne divide sempre il peso.

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