Andrés Lewin – Vuela

«Vuela» è una canzone di Andrés Lewin e, in Spagna, è divenuta un inno all’accettazione omosessuale.
Ha un testo complesso, non sempre chiarissimo, che però riesce ad emozionarmi molto fortemente.
Racconta di un volo, che io credo sia inteso come suicidioQuesta notte volerò, ti giuro che volerò, già solco il cielo senza timore e non chiederò scusa»).
Mi fa tornare alla mente le vicende del film «Prayers for Bobbie» che narra della storia, reale, di un ragazzo omosessuale il quale, sentendosi poco accettato, si è gettato da un ponte. Tra parentesi, una pellicola molto bella che mi ha fatto piangere.

Ma, tornando alla canzone,  mi pare che in essa la morte diventi un atto comunicativo e liberatorio, che rende vano il nascondimento («fanculo alle maschere, gli armadi, i muri, i silenzi») e cede lo spazio soltanto alla riflessione («Vola ché stasera è uscito l’arcobaleno, la pioggia ha portato con sé il nemico, e nessuno ha voglia di insultarti»).

Ricordo, per chi non lo sapesse, che, nel gergo gay, soprattutto in lingua inglese e spagnola, l’armadio è il luogo metaforico in cui si nasconde la propria omosessualità.

Il protagonista, secondo la mia interpretazione della canzone, nell’atto di rinuncia alla vita, rivede la dimensione pubblica e privata del suo essere gay.
E dunque:

  • ripercorre le tribolazioni della comunità GLBT («per quelli che soffrirono ciò che io non ho sofferto e per tutti quelli che hanno fatto il cammino» con riferimento alla transessualità)
  • si sofferma a pensare  al ragazzo che ama in modo non corrisposto («un bravo a tutti quegli amici che vogliono vedermi con te»; «bravo perché sei bello alla finestra, e ancor di più quando resti con me»; «bravo per il verde ché ti voglio verde»).

Quest’ultima è una bella citazione letteraria del poeta omosessuale  Federico García Lorca che dedicò alcuni versi all’esponente del romanticismo americano Walt Whitman: in essi definiva i gay come «gli uomini dallo sguardo verde / che amano l’uomo e bruciano le loro labbra in silenzio».

Alla fine, cosa c’è di più triste dell’imporsi la morte, della discriminazione e della mancanza di corresponsione? Però – non so perché – questa canzone mi trasmette una minima quantità di serenità.
Sarà che, al termine del volo, resta soltanto un arcobaleno e tanto silenzio.



Questo è un post di admin scritto in data 29 maggio 2011 alle ore 15:15 e appartiene alla categoria Chiave di violino. Puoi seguire i commenti a quest'articolo attraverso un feed apposito. Sei invitato a lasciare un commento. Non è consentito il ping.

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